Problemi della transizione 1979

Dimenticare Weimar

esercizio della sovranità popolare. In un bilancio di ciò che va salvato e di ciò che non va sal vato della Costituzione Gianni Baget Bozzo salva la Corte co stituzionale, getta a mare il bicameralismo e il Cnel. Si può es sere d ’ accordo. Si oppone alle proposte di «restaurazione ma scherata», al «rafforzamento dell ’ autorità» e ai «vari approcci in direzione della Repubblica presidenziale». Come non essere ancora d ’ accordo? Aggiunge: «Le riforme che vanno approvate sono invece riforme che aumentano la disponibilità del diritto nelle mani dei più demuniti cittadini». Solo dei cittadini, do mando, e nei confronti di chi? Prosegue Baget Bozzo: «il citta dino ha il diritto di essere garantito non solo dall ’ arbitrio dei pubblici poteri, ma anche dagli abusi che risultano dalla loro corruzione e dalla loro impotenza». E giusto, anzi sacrosanto; ma è, sinceramente, troppo poco: anche qui, e sia pure per al tro verso, c ’ è odore di ancien régime. La sensazione si rafforza subito dopo: «occorre che il diritto diventi un vero terreno di mediazione tra il cittadino ed il potere»; occorre, se mi si con sente di parafrasare, un vero Stato di diritto. Esattissimo che «è da questa prospettiva che è nato il concetto di Costituzione»; ma da questa prospettiva, perbacco, è nato il concetto ottocen tesco di Costituzione; e sono nati, per i limiti angusti di questa prospettiva, tutti i drammatici capitoli di quella che noi chia miamo, con accademica sufficienza, la Storia contemporanea. Or sono esattamente sessant ’ anni dalla Costituzione di Weimar. Dobbiamo cancellare, d ’ un sol tratto, ciò che ha pre ceduto e ciò che è seguito al ’ 19? Weimar segna una svolta nelle costituzioni moderne, una svolta nella concezione del potere. Dalla fine del Settecento, quando ha inizio il processo di costi- tuzionalizzazione, fino al principio del Novecento l ’ idea di co stituzione aveva espresso, fondamentalmente, l ’ opposizione della società borghese al dispotismo politico: le costituzioni li berali avevano tradotto in norme l ’ esigenza di combattere l ’ ar bitrio del pubblico potere, sottoporre al diritto il rapporto fra Stato e cittadino. Il processo di costituzionalizzazione si era identificato nel processo di smantellamento dello Stato assolu to e di edificazione dello Stato di diritto. La concezione del po tere, che era alla base delle costituzioni liberali, era una sua concezione formale, che identificava il potere nel potere costi tuito, nel potere che si esercita attraverso la coercizione degli apparati dello Stato. Dominava la convinzione che i diritti e le libertà dei singoli non potessero essere oppressi o soffocati se non dal potere dello Stato, e che fosse perciò sufficiente limita re e regolare l ’ esercizio di questo potere per edificare una socie tà di uomini liberi e uguali. La classe sociale artefice di quelle costituzioni, la borghesia del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, era portata per esperienza storica (di classe che si stava affrancando, o si era appena affrancata, dal dominio, fatto tut to di coercizione formale, dell ’ aristocrazia) e per obiettivo inte resse (di classe che ritraeva la propria prosperità dalla privata utilizzazione delle risorse) a nutrire una simile, limitata, conce zione del potere e ad assegnare una altrettanto limitata funzio ne alle carte costituzionali. Essa non aveva alcuna ragione di classe per coltivare una più estesa filosofia del potere, per ela borare una concezione sostanziale, e non solo formale. Non aveva motivo di preoccuparsi che anche dal seno della società civile, e non solo dagli apparati dello Stato, potessero nascere forme di smisurato potere, che la garantita libertà economica

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