Problemi della transizione 1979
La casa
ni fra le forze politiche e sociali e riportata ampiamente dalla stampa, per arrivare all ’ adozione della legge sull ’ equo ’ canone. Ebbene a nessuno è venuto in mente che, per arrivare a deter minare un nuovo canone «equo», la prima cosa da conoscere era l ’ ammontare del canone «iniquo», che complessivamente pagavano gli inquilini italiani: soltanto una analisi dettagliata e disaggregata per territori e per fasce sociali, avrebbe permesso alle varie parti di prendere posizione con piena consapevolezza e all ’ evenienza di arrivare ad un compromesso. Così invece non è stato e soltanto poche settimane prima del varo della legge è stata fatta un ’ analisi campionaria, piutto sto vaga di informazioni causa l ’ eseguità del campione, che non è servita neppure a salvare la faccia. Né i comuni, quando han no indicato — come previsto dalla legge — le zone a cui appli care i coefficienti di aumento o di riduzione del canone di affit to, sapevano quante famiglie di inquilini abitavano nella zona, ma soltanto in complesso quanti abitanti, indifferentemente proprietari o affittuari. So di un comune che ha scoperto qual che mese dopo di aver applicato l ’ indice riduttivo il più delle volte in zone abitate quasi esclusivamente da piccoli proprieta ri, mancando così l ’ obiettivo dichiarato di proteggere le fami glie degli inquilini meno abbienti. Non c ’ è da meravigliarsi, dunque, se in questo come in tanti altri casi il dibattito che presiede alle scelte di governo as sume apertamente connotati ideologici, invece di restare anco rato agli aspetti politici, o peggio che la contesa politica diventi sinonimo di disputa ideologica, allontanando l ’ interesse dell ’ opinione pubblica; o infine che molte leggi, nate con que sto vizio di origine, risultino di gestione assai difficile, a dispet to delle migliori intenzioni che avevano animato i promotori. Dunque in molti casi si omette di utilizzare le conoscenze disponibili e per poterlo fare liberamente si tiene all ’ oscuro l ’ opinione pubblica, mentre in molti altri si rinuncia a ricercare le conoscenze indispensabili: in entrambi i casi non è la cono scenza approfondita e fatta circolare con l ’ informazione a co stituire la base della politica della casa. Fino al 1982, quando si conosceranno i dati del censimento del 1981, non sapremo quante abitazioni e quante stanze esistano in Italia, né come so no distribuite sul territorio nazionale; ancora una volta però, se non cambieranno i metodi censuari, l ’ indagine non riguarderà tutte le destinazioni — residenza, ufficio, studio professionale, negozio, laboratorio artigiano e così via — , ma soltanto quelle abitative, neppure chiaramente distinte fra residenze primarie e case di villeggiatura. Così continueranno a comparire come destinati ad abita zione principale, locali che in effetti sono usati per il terziario o le vacanze, ma che il catasto registra come alloggi primari — o non registra neppure — e che al fisco pagano in proporzione. E anche, in questo caso, la conoscenza della reale destinazione degli edifici, quantificata per zone territoriali e per arce urbane, sembra indispensabile premessa ad ogni seria discussione sulla riforma della tassazione immobiliare. Del resto se non cambieranno i metodi censuari e in parti colare il modo di memorizzare i dati, si continueranno a rende re impossibili le elaborazioni statistiche economicamente e so cialmente più interessanti: conosceremo ancora i dati aggregati per comune o sezione censuaria, sapremo anche l ’ affollamento delle abitazioni in proprietà e in affitto, ma queste informazio-
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