Problemi della transizione 1979

L ’ urbanistica italiana

assetto, depurato, ovviamente, da condizionamenti e incrosta zioni che si rilevano e si criticano sempre nel lavoro degli altri, ovvero si riscontrano nell ’ accusare, più in generale, il «siste ma», ossia le leggi della massima o minima rendita (sempre «speculativa»). Fateci caso (ammesso che vi occupiate di questi problemi): il tormento/lamento è iniziato (e giustamente, occorre sottoli neare per evitare equivoci) con la denuncia sistematica e appro fondita dei meccanismi che permettono la speculazione edilizia e fondiaria. Ormai sappiamo tutto o quasi dei perversi traffici immobiliari; conosciamo i mezzi tecnici e politici necessari per ottenere ricchezza vendendo o acquistando terreni o ristruttu rando vecchi edifici. Sappiamo tutto, o quasi, della rendita «as soluta» e di quella «differenziale», ma la rendita/rapina — il cosiddetto sfruttamento del territorio — continua. Come mai? Eppure nuove leggi sono state emanate. Leggi inadeguate, d ’ accordo, le quali comunque, nel bene o nel male, consentono finalmente di separare «il diritto di costruzione da quello di proprietà». E non si diceva, e si scriveva, che questa era la con dizione primaria per un «diverso» assetto urbano? Che era la condizione irrinunciabile per eliminare (e quindi non solo per «tagliare le unghie») la speculazione edilizia e fondiaria? C ’ è stato quindi il momento della rivendicazione di una «corretta» strumentazione urbanistica. Non potendo incidere con adeguate scelte politiche sul «sistema» — si diceva e si scri veva — sia appropriata almeno la «tecnica». Basta con i piani regolatori superdimensionati e basta anche con le città senza piano regolatore. Tutto il territorio sia pianificato! Ed ecco i piani territoriali di inquadramento, quelli intercomunali di coordinamento e poi quelli comunali regolatori di un «equili brato» sviluppo. Non in tutte le regioni, certo, si sono seguite queste pianificazioni-programmazioni, ma dappertutto — si dice e si scrive — il guasto continua, il malessere urbano persi ste. Come mai? Eppure nuove leggi, da tanto tempo inutilmente rivendica te, consentono, anche se — giova ripeterlo — in modo ancora imperfetto, di «programmare» gli interventi, di rapportare le scelte in base alle disponibilità/potenzialità economiche e di ri spettare le risorse/vocazioni esistenti. Acqua fresca. Anche là dove si è riusciti a varare piani e programmi, pur fra mille diffi coltà e defatiganti patteggiamenti, non è che si siano ottenuti risultati clamorosi. O quanto meno non è che si notino sostan ziali differenze con quelle zone dove regna l ’ abusivismo e dove di piano regolatore non se ne parla nemmeno (è sufficiente con frontare certe coste pianificate con altre ... o, volendo allargare il confronto, basta esaminare i quartieri di edizilia economica e popolare tutti pianificati, ovunque piano-particolareggiati, per tentare di fare l ’ elenco delle diversità ... ammesso che, esse di versità, esistano). Colpa delle giunte, allora, degli amministratori comunali e regionali, spesso «legati» ai più biechi interessi speculativi. Cambiano le giunte e gli amministratori, ma le città e il territo rio continuano a essere soggetto e oggetto di critiche severe. Neppure le sinistre, si dice e si scrive, riescono ad arginare lo sfascio di Roma o di Napoli o di Torino. Come mai? Come se in un batter di legislatura si riuscisse a fare e ad arginare decen ni di inadempienze e corruzioni; come se si potesse dall ’ oggi al domani predisporre un apparato tecnico efficiente. Logico, ma

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