Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

non per questo la critica finisce. E, sempre per evitare equivoci, è una critica in parte condivisibile: così come è drammatico il dato di partenza, è altrettanto drammatico registrare il ritardo nell ’ elaborare programmi in grado di invertire la «tendenza». Nonostante il gran parlare che si è fatto mancano ancora, ad esempio, piani per centri storici della rilevanza di Venezia o di Firenze. Tuttavia il sospetto di una inconfessata aspirazione idealistica nel definire un metafisico disegno urbano si rafforza considerando altre «nobili» battaglie compiute e in parte vinte in questi ultimi anni. La questione degli standard, ancora ad esempio, la scandalosa questione delle opere di urbanizzazione realizzate non da chi lottizzava, bensì dagli enti locali che per inseguire l ’ espansione, peraltro «selvaggia», si sono indebitati fin quasi a raggiungere il fallimento economico. Anche in que sto caso si possono ripetere le stesse cose dette prima: nuove leggi faticosamente conquistate impongono di far pagare gli oneri a coloro che realizzano gli interventi, senza con questo che si sia riusciti a modificare, a migliorare, nella sostanza e nella forma l ’ assetto territoriale. Come mai? Non sono stati risolti, si dirà, i problemi di fondo, tant ’ è che adesso c ’ è il dramma degli sfrattati e degli emarginati ad alimentare le critiche e le polemiche, a non placare il tormento. Ma è possibile con l ’ urbanistica considerata nel suo complesso teorico-tecnico-legislativo, risolvere la questione urbana? L ’ urbanistica non si ritiene più il «demiurgo» della città e del territorio; tutti ormai hanno capito che «in fondo» fare ur banistica (programmare e pianificare) non è l ’ equivalente del fare la rivoluzione. Non è sufficiente di fatto ottenere qualche riforma legislativa ed elaborare corretti strumenti urbanistici per realizzare il socialismo. Del resto anche nei paesi socialisti l ’ urbanistica non è proprio (e non da oggi) la meraviglia delle meraviglie. Anzi. E neanche nei paesi a capitalismo avanzato — nelle cosiddette liberal-social-democrazie del nord — si è riusciti a realizzare la città ideale. Modestamente, prendiamo ne atto. Altri e più determinanti fattori incidono sulla realtà ur bana. Senza voler con ciò giustificare i misfatti — e gravi — della situazione italiana, quanto per cercare di comprendere, intanto, quali sono i reali obiettivi fissati per prefigurare un soddisfacente assetto del territorio, per poi tentare di definire delle strategie operative, «possibilmente unitarie». C ’ è tormen to e tormento, infatti. Ognuno pretende di realizzare il suo di segno e pensa di poterlo realizzare criticando e biasimando quello degli altri. Oggi come oggi tutto questo gran «parlarsi e scriversi ad dosso», tutte queste critiche degli uni contro gli altri, sembrano piuttosto artificiose, sembrano analoghe a quelle gride degli ambulanti che, pur vendendo la stessa merce, o quasi, vogliono magnificare il loro prodotto facendo credere di averlo in esclu siva. E a forza di urla e clamori finiscono per disorientare, ma finiscono anche per vendere e vendere molto, e tutti la stessa cosa. Basta gridare, ovvero criticare, ossia appartenere a una ben definita «forza» politica e si ha il miracolo della lottizza zione, della lottizzazione «all ’ italiana». Un tempo la si faceva sui terreni agricoli per renderli edificatili (e quindi per specula re: tutti criticavano, ma tutti — i professionisti — progettava no lottizzazioni), oggi le lottizzazioni sono invece delle «combi ne», dei gruppi eterogenei, formati da persone appartenenti a diversi partiti per fare, più o meno, le stesse cose che prima si

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