Problemi della transizione 1979
L'urbanistica italiana
rio intesi quale espressione della collettività) — sono facilmente sostituibili. Anche quelli riferiti alla storia non costituiscono un problema, roba romantica, anticaglie; da salvaguardare, per carità! senza comunque gli opposti integralismi, dei conserva- tori e dei rinnovatori a tutti i costi. Occorre buon senso, «un colpo al cerchio e un colpo alla botte». Poiché non tutto può essere conservato bisogna stabilire di mantenere certe cose e non altre, senza perversi feticismi. La garanzia del buon senso l ’ offrirà il gruppo dei tecnici incaricati dalle varie forze politi che ... Nel loro insieme decideranno cosa mantenere e cosa eli minare e non sarà più un giudizio soggettivo. Non è il «colletti vo» che deve difendere i beni culturali? L ’ importante in ogni caso è pianificare, programmare, in tervenire, costruire e ricostruire. L ’ importante è garantire la continuità dello sviluppo ... pur che sia equilibrante e deconge stionante, umano, in una parola. Guai se la città non si svilup pa a «misura d ’ uomo» ... Il mito dello sviluppo è profondamente radicato, è un pre supposto che nessuno mette in discussione. Per molti lo svilup po è ancora sinonimo di progresso, certezza di libertà e di civil tà. Se così fosse realmente saremmo un popolo felice e civilissi mo: è da oltre cent ’ anni che ci sviluppiamo, e decennio dopo decennio incrementiamo le percentuali di crescita e di allarga mento. Le città sono un esempio tangibile delle nostre capacità produttive e purtroppo sono anche l ’ esempio degli effetti che lo sviluppo determina. Sono anche l ’ oggetto di quel tormento/la mento continuo che non è di fatto eliminabile con la razionaliz zazione tecnico-legislativa o con l ’ assemblaggio politico profes sionale. Ci sembra impossibile realizzare una società post-indu striale non solo perché quando si fanno queste rivendicazioni si pensa alla società pre-industriale, quanto e soprattutto perché non riusciamo a rinunciare alla logica dello sviluppo industria le (che è poi quella voluta dal ciclo economico in essere). Siamo contro il sistema capitalistico, ma non riusciamo ancora a offri re la prospettiva di un altro sistema, al massimo tentiamo di ra zionalizzare i meccanismi introducendo «elementi» che ritenia mo «umanizzanti». Che è poi quello che lo stesso sistema capi talistico chiede per mantenere inalterato il proprio potere do minante e prevaricante. All ’ obiettivo della produttività si deve sacrificare tutto. La programmazione diventa una questione secondaria e le scelte si compiono esclusivamente per consentire di superare i «livelli» raggiunti in precedenza. Con il ricatto della disoccupazione, del «gap» tecnologico, della competitività con gli altri paesi — con la convinzione che il grande è bello, è importante, è qualifi cante — si realizzano e si ingrandiscono le industrie e le città, si predispongono le infrastrutture e le strutture, si accentuano gli squilibri regionali e nazionali, si sfascia il territorio. Ciò che conta è documentare la crescita, la quantità, l ’ essere una «po tenza» industriale. Le città mutuano dall ’ industria i criteri della loro espansio ne e limitare o condizionare l ’ attività edilizia è come inneggiare all ’ assenteismo in fabbrica. E da trent ’ anni che rivendichiamo la produzione di case. Tutte le forze politiche considerano l ’ edi lizia un fattore specifico dello sviluppo. Forse nessun ’ altra ri vendicazione è stata esaudita come questa. Pur con tutti i di stinguo il risultato quantitativo nessuno lo può mettere in di
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