Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

scussione. Nel nostro paese c ’ è una decina di milioni di vani in più rispetto alla popolazione. Eppure gli alloggi continuano a mancare pur avendo raggiunto standard abitativi (d ’ accordo, solo nelle statistiche generali) di gran lunga superiori a quelli in essere in altri paesi con redditi nazionali e pro-capite superiori ai nostri. Pur sapendo che nuova edilizia, prodotta con le stesse caratteristiche di quella prodotta finora, non risolverà il pro blema abitativo e accentuerà l ’ ulteriore devastazione dell ’ am biente naturale, continuiamo a rivendicare nuove case, sia pub bliche che private, affinché la produzione non subisca delle «flessioni». La complessità del problema richiederebbe quanto meno una riflessione ampia, ma tale richiesta potrebbe com portare un rallentamento della produzione edilizia: non sia mai detto. Meglio sbagliare che non fare, che non produrre, che non svilupparsi ... C ’ è uno studio recente sullo «stato» urbanistico di una cit tà italiana fra le due guerre. È uno studio molto interessante perché, per quella città, non erano state compiute analisi ap profondite di quel periodo. È anche uno studio molto inquie tante perché — in modo traslato — si può rilevare che gli avve nimenti del periodo fascista sono del tutto analoghi a quelli del dopoguerra, quando questa città è amministrata (da allora) da una giunta socialcomunista. Prima come dopo, gli obiettivi e le opere (di regime o di democrazia) tendono sempre all ’ «ammo dernamento» della città, a consentirne lo «sviluppo» industria le e residenziale, all ’ adeguamento dell ’ impianto viario, alla rea lizzazione di opere strutturali e infrastrutturali. Cresce molto, questa città, prima e dopo la guerra e questa crescita è conside rata l ’ effetto, nell ’ uno come nell ’ altro caso, di «buon governo». Non è casuale, inoltre, che il «gruppo» dei progettisti della cre scita e deH ’ ammodernamento sia, prima e dopo, sempre lo stes so ... assicurando così anche una continuità formale indipen dente dalla diversità sostanziale dei due sistemi politici di go verno amministrativo. L ’ esempio di questa città può estendersi a molte altre, se non a tutte, le città italiane. Questo studio consente una riflessione: dall ’ urbanesimo in poi si persegue lo stesso obiettivo dello «sviluppo», il quale, per manifestarsi, impone una «logica» indipendente dalle «scelte di classe». Il prodotto/risultato non cambia con il mu tare degli interessi da difendere; sia che si tratti di quelli della classe agiata o, viceversa, di quelli propri dei ceti popolari, i «meccanismi» peculiari della pianificazione urbanistica e della produzione edilizia rimangono quasi sempre analoghi. E non a caso, se e in quanto lo scopo della pianificazione rimane pres soché inalterato: l ’ ampliamento e l ’ «adeguamento» della città. Certo è importante e significativo imporre che zone privilegiate — come il centro storico o l ’ ambiente naturale — siano «usu fruite» dalla collettività, ma non è ancora una scelta determi nante per modificare il processo tradizionale dell ’ espansione. Infatti, realizzare l ’ uso collettivo delle aree pregiate comporta uno scambio, una contropartita: il sacrificio delle zone gerar chicamente considerate «inferiori «/secondarie. Se lo «svilup po» del territorio è l ’ imperativo categorico, la ragione stessa del fare e operare e amministrare, qualsiasi «conquista» collet tiva impone un prezzo corrispondente al valore della parte sot tratta all ’ uso individuale. Tutto, si dice e si scrive, non si può ottenere, non può essere «concesso», altrimenti è lo sviluppo a risentirne ... rischia d ’ incepparsi. Solo nelle ipotesi

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