Problemi della transizione 1979

Programmazione

do adeguato le grandi contraddizioni dell ’ epoca contempora nea, provocate dalla crisi storica del capitalismo palesamente incapace ormai di risolvere i problemi provocati dalle distorsio ni del suo sviluppo; e con il riconoscimento sempre confermato specie negli ultimi quindici anni che solo una programmazione democratica dell ’ economia può assicurare uno sviluppo delle forze produttive, mediante un potere politico democratico che fissi gli obiettivi dello sviluppo complessivo dell ’ economia, in una dialettica ampia e permanente con le forze sociali e i centri decisionali di uno stato fondato sul lavoro, e sul decentramento e le autonomie. Le implicazioni di tale rilievo della programmazione eco nomica riguardano non solo la natura e le forme delle intese che caratterizzano la politica nella processualità delle strategie e delle tattiche dei protagonisti della vita politica e sociale del paese (il che, comunque, non rende accettabile l ’ emarginazione come «esterna» — e di lì come «estranea» — della questione dei rapporti tra i partiti, tra i sindacati); ma riguardano anche la visione complessiva del sistema di interrelazioni di soggetti politici e sociali (e loro articolazioni), allo scopo di determinare un quadro decisionale capace di coinvolgere — sulla spinta di lotte politiche di massa — l ’ intero movimento democratico e gli operatori economici, in una direzione democratica del processo di accumulazione. Ne consegue che lo studio delle relazioni, e quindi delle forme o procedure di programmazione che esse assumono (an che quando non «istituzionalizzate» perché, come si usa dire, «informali») per programmare lo sviluppo, va compiuto aven do ben presente le vicende e le fasi storiche dei rapporti sociali, politici e istituzionali che nel segno di una politica di program mazione hanno avuto corso, in un quadro di principi costitu zionali la cui portata generale — per il modo stesso che ha pre sieduto alla loro elaborazione — esplica la sua influenza sui processi culturali che riguardano ogni specialismo, sia econo mico che giuridico, come nel caso — appunto — della pro grammazione economica. I pericoli di «formalismo», infatti, non sono insiti nel semplice fatto di riferirsi alle forme, che so no gli elementi dai quali la realtà effettuale trova indici di quali ficazione, insufficienti da soli a fornire una conoscenza genuina dei processi reali, ma necessari nel concorso a cogliere senza re sidui il grado di incidenza di tali processi e il peso degli interessi in gioco e delle forze che ne sono portatrici. Il formalismo più pericoloso, perché suscettibile di provocare contraddizioni scarsamente decifrabili e ritardi nel movimento democratico, è quello prodotto da un uso delle «categorie» concettuali che, nel momento stesso in cui fornisce un ’ analisi «materiale» della realtà, rinuncia a valutare criticamente il significato che i feno meni in atto rivelano alla luce della prospettiva della transizio ne, in definitiva legittimando l ’ esistente. In materia di program mazione economica si può ben dire che gli equivoci concettuali siano una spia — oltretutto avvolta da nebulose, consapevol mente o inconsapevolmente alimentate — di un grave disorien tamento politico che è alla base dei comportamenti delle forze più impegnate a richiamare ormai un po ’ meccanicamente un ’ esigenza programmatoria, tanto indeterminata quanto la formula che identifica nel rapporto «programmazione-merca to» il campo di riferimento delle diverse strategie, piuttosto che i contenuti delle relazioni dei soggetti protagonisti dei processi

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