Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

programmatori. In tal senso, verificare in termini di analisi storica quel che è successo sino ad oggi, come i disegni di tipo programmatorio sin qui succedutisi si rapportino alla Costituzione e quindi al ti po di prospettiva di transizione che essa mira a secondare, è la condizione di un contributo teorico non equivocabile degli stu diosi che, come gli economisti e i giuristi, non fanno il lavoro degli storici, ma di certo non possono assumere le vicende della società e dello stato come dati «presupposti» o «sottostanti» alle loro rilevazioni sui rapporti di produzione, e sui rapporti tra le forme di potere che essi implicano. Andando rapidamen te al merito, va messo subito in chiara evidenza — e proprio per meglio dar risalto alla valenza degli strumenti «specifici» di una politica programmatoria dello stato democratico — che non sarebbe possibile dare coerenza a una disamina delle que stioni istituzionali che caratterizzano la programmazione dei pubblici poteri, se non emergesse lo stretto intreccio tra princi pi costituzionali, rapporto e strategia delle forze politiche e so ciali, forma dello stato, e politica economica, nelle fasi in cui si suddivide l ’ esperienza di vita democratica nel nostro paese: e che coincidono con l ’ instaurazione del nuovo ordinamento co stituzionale, e con il «centrismo», il «centro-sinistra», e da ulti mo con la ricerca tormentata di equilibri nuovi in dipendenza del logoramento riconosciuto da ogni parte di «formule» poli tiche già sperimentate. Ciò, al contrario di quanto si vuol far credere secondo una metodologia tradizionale ben lungi dal tramontare, non è destinato a provocare un indebolimento del la funzione «conoscitiva» propria di ogni scienza sociale, ma anzi è indirizzato alla riqualificazione di una forma di elabora zione scientifica che, per essere conseguente all ’ obiettivo di porre in relazione non meramente «fideistica» ma «razionale» politica e cultura, marxismo e scienze sociali, democrazia ed economia, democrazia e diritto, necessariamente deve fare i conti con gli elementi positivi e negativi della dinamica sociale e politica complessivamente valutata: senza reintrodurre, per tanto, contraddizioni prive di un plausibile fondamento come quella oggi in voga tra due cosiddette «culture» (una di opposi zione, e l ’ altra di governo) — non si saprebbe, tra l ’ altro, come qualificare la cultura della fase costituente e delle fasi, ininter rotte anche se diseguali tra loro, dell ’ attuazione costituzionale — , occorre conferire una proprietà e adeguatezza all ’ opera di risistemazione complessiva delle istituzioni, mediante una tra sformazione delle categorie giuridiche che abbia lo stesso segno della politica delle riforme di cui si sostanziano i problemi della transizione (donde, slogan per slogan, quello della «cultura delle riforme»). Ora, in tema di programmazione, l ’ esigenza irrinunciabile e indilazionabile di chiarezza affinché le «tecniche» delle elabo razioni scientifiche siano congrue agli obiettivi di una politica culturale democratica, è appunto quella di reperire il tipo di collegamento che le «categorie giuridiche» presentano con la natura dello sviluppo della dialettica sociale e politica, nel con testo di un quadro generale dei rapporti tra società e stato de mocratico che non rappresenta un qualunque referente, ma la chiave interpretativa dei processi di trasformazione preconizza ti dalla nuova Costituzione, e con la importante avvertenza che la decisiva influenza di quest ’ ultima giustifica non già un discu tibile «pangiuridicismo», ma anzi richiede che gli altri studiosi

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