Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
volgere gli investimenti sia privati sia pubblici all ’ obiettivo di soddisfare bisogni sociali reali e non indotti dal dominio capi talistico. Che i richiami all ’ art. 41 C. siano stati fatti in modo scor retto, sia a proposito della natura «globale» o «settoriale» del la programmazione che a proposito della natura «legislativa» o meno della fonte regolatrice degli interventi programmatori, è comprovato da quello che si è verificato dopo il fallimento del la politica del centro-sinistra e della «filosofia programmato- ria» che ne qualificava l ’ ispirazione, quando cioè ci si è doman dati se la programmazione debba procedere, anziché in termini globali, in termini di «progetti». Ora, l ’ alternativa reale non è quella compresa nella contrapposizione tra «globalità» o «poli- settorialità», ma quella tra regolazione con legge di «discipli ne» di interventi che globalmente regolino lo sviluppo econo mico e sociale, e regolazione con legge di documenti rivolti non ad esprimere scelte determinate, ma solo a condensare in termi ni di una globalità esauriente, perché non impegnativa, gli orientamenti politico-culturali delle forze gravitanti in una spe cifica orbita socio-politica. In tal senso il richiamo alla legge sa rebbe infondatamente fatto sia per escludere che debba esservi una legge di piano, sia per asserire che solo una pluralità di leggi-piano corrisponda al dettato costituzionale: quel che la complessa dialettica sviluppatasi negli anni settanta ha posto in luce, a partire dall ’ impatto della legge sulle «procedure» della programmazione con l ’ avvento delle Regioni e con il potenziar si del ruolo delle organizzazioni dei lavoratori in fabbrica e ne gli altri posti di lavoro e nello stato, è che la natura del compito programmatorio del potere politico nell ’ economia per i conte nuti degli interventi, per i destinatari delle misure e per gli obiettivi finali da conseguire, postula una «qualità» della legge sfuggente alle consuete classificazioni perché espressione di una «qualità» nuova del funzionamento complessivo del sistema politico e del sistema sociale, presi ciascuno rispettivamente nel proprio ambito e nell ’ interrelazione tra l ’ uno e l ’ altro. Ciò, oltre a dimostrare che solo eccezionalmente la cultura e i suoi tecnici precedono con capacità «progettuale» superiore le forze organizzate, rivela che per la natura stessa della funzio ne che deve assolvere, la programmazione economica democra tica mette in causa tutte le più importanti questioni relative all ’ organizzazione del potere nello stato democratico, a comin ciare dalla dislocazione delle forze politiche nel sistema di go verno parlamentare di uno stato imperniato sul decentramento e sulle autonomie; e di lì proseguendo con la riforma del parla mento, dell ’ esecutivo (pubbliche amministrazioni ed enti pub blici economici e non economici), e delle autonomie nel conte sto di un sistema decentrato partecipe — al pari delle organiz zazioni dei lavoratori — del complessivo sistema di potere poli tico e sociale nel governo democratico dell ’ economia. Non è quindi possibile pervenire con la necessaria tempe stività e lucidità all ’ impostazione dei problemi teorici riguar danti la programmazione democratica, se non si affrontano contestualmente una serie di questioni che — pur se dotate cia scuna di una specificità, cui corrisponde una «particella» del «sapere sociale» complessivo — sono tutte coessenziali, data la «politicità» della tematica: sicché si pongono nella stessa pro spettiva, senza un nesso di pregiudizialità, l ’ esigenza di perveni re ad un ’ ampia unità democratica nella formazione delle mag
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