Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
democratica in tema di «democrazia economica». Tali spezzoni hanno una qualità diversa, sia per l ’ ambito di operatività da essi investiti, sia per l ’ incisività dei poteri atti vati, e nessuno di essi ha un ’ efficacia in sè determinante, pro prio perché la programmazione economica in uno stato demo cratico che non miri a «razionalizzare» i rapporti esistenti ma a guidare un complesso processo di trasformazione, implica un convergente uso di strumenti istituzionali, «politici» e «sociali». Procedendo secondo un ordine che tenga conto del grado maggiore di incisività dei poteri attivati, va riconosciuto che il fronte sul quale si sono poste condizioni più qualificate per una programmazione che richiede decisioni vincolanti per avere credibilità ed efficacia, è quello dei rapporti sociali, dell ’ impre sa e del sistema delle imprese, dato il carattere di generalità as sunto dalla lotta, e dalla conquista che ne è seguita, per concor rere da parte delle organizzazioni dei lavoratori operanti in fab brica alla determinazione degli indirizzi degli investimenti, nei «comparti» produttivi cui le imprese ineriscono, e sul territorio nel quale esse si trovano dislocate. La coscienza definitivamen te acquisita dall ’ unità della classe operaia organizzata, che la soggettività dei lavoratori come «produttori» ne implica un sal to qualitativo di segno «politico» ai fini del governo democrati co dello sviluppo produttivo, ha gettato le premesse più impor tanti di un processo che per essere generale come quello di tipo programmatorio, richiede l ’ intervento di strumenti cogenti non solo «autonomi» ma anche «eteronomi», derivanti cioè dall ’ esercizio di poteri dell ’ organizzazione pubblica. Se è vero, infatti che la dialettica che qualifica una democrazia più o me no dilatata e intensa opera — come ha messo in luce Somaini affrontando il quesito se «si può programmare con il sindaca to» (nel primo numero di questa Rivista) — mediante «scam bi», occorre evidenziare che lo sbocco reale di tali scambi è sempre (e attraverso un moto incessante, che tende a portare più avanti la qualità dello sbocco) un impegno che, nel caso dei diritti di informazione per la comune discussione dei problemi della produzione delle singole imprese, coincide con un vincolo per gli imprenditori e per le tecnostrutture (specie delle grandi imprese), tale da secondare un ruolo inedito dell ’ impresa: la cui libertà è espressione di un diritto condizionato da un potere so ciale, che nasce anzitutto dalla trasformazione dei diritti dei la voratori in un potere collettivo di influenzare le basi stesse dei loro rispettivi rapporti. Ma proprio perché l ’ impresa vive le sue vicende di crescita e di crisi in un sistema generale di rapporti cui sempre più lo stato fornisce un sostegno, il terreno di incidenza per un diver so indirizzo degli investimenti produttivi si rivela quello in cui la formazione o il condizionamento delle risorse viene stabilito con strumenti vincolanti, che non si giustifica più — dato il ti po di democrazia politica, economica e sociale instaurato in Italia — siano emanati al di fuori di una determinazione che coinvolga nel modo più diffuso e penetrante la collettività attraverso le forme istituzionali della sua organizzazione politi ca generale. Si viene qui a contatto con un altro degli spezzoni di una prospettiva di transizione posti in essere contestualmen te alla lotta dei lavoratori per un diverso ruolo dell ’ impresa, e cioè con quel tipo di riforma del rapporto tra stato e regioni che attende per un esito conseguente una proiezione ulteriore verso
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