Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
getto di trasformazione. In secondo luogo, con riferimento al processo economico, si tratta di sviluppare la ricerca per una guida diversa della ac cumulazione e della allocazione delle risorse. Questo ha, come è stato più volte sottolineato, un momento centrale nelle possi bilità di attuare la programmazione dell ’ economia in un siste ma coordinato, ma non centralizzato e non autoritario. Le re gioni e gli enti locali sono al centro di questa battaglia, esse de vono gestire l ’ insieme dei poteri acquisiti uscendo decisamente da una prospettiva «amministratrice» di corretta gestione della redistribuzione delle risorse e di stabilizzazione del sistema so cio-economico esistente. Non vi è certo nulla da eccepire su questo tipo di intervento, ma non si può non coglierne l ’ aspetto riduttivo, che collocherebbe gli enti locali fuori dal processo decisionale e con poche possibilità di introdurre elementi inno vativi. Dirigere il processo economico implica la partecipazione a determinare i flussi di risorse, la capacità di indirizzarli secon do un progetto politico-economico, di controllarne gli effetti. A questo scopo occorrono schemi interpretativi, modelli quan titativi, strumenti adeguati. Questi non esistono oppure sono appena delineati a livello degli organi politici e, in ogni caso, differiscono da una regione all ’ altra. Non solo, ma non si di spone neppure di una documentazione statistica di base siste matica e attendibile, e tanto meno di un sistema di contabilità economica regionale coerente ai compiti e alle funzioni delle autonomie locali. Dietro questi ritardi vi è, innanzitutto, la cri si economica e della finanza pubblica con le sue cause struttu rali e un quadro politico estremamente segnato da tensioni, di saccordi, resistenze corporative ad imboccare la strada del cambiamento. Tuttavia, accanto a questi motivi, oggi dobbia mo rilevare ritardi e impreparazione anche nelle amministra zioni locali. Non è più il tempo di accontentarsi di statuti e pia ni che non hanno né una base di conoscenza sufficientemente dettagliata, né strumenti e capacità professionali per attuarli. E necessario a questo punto chiarire che non si pensa certo che la costruzione di un quadro conoscitivo dettagliato, di uno schema interpretativo, di uno o più modelli quantitativi con sentano di sciogliere nodi politici, che la programmazione deve essere innanzitutto processo politico di massa capace di dislo care nuovi soggetti sociali, ma è anche vero che essa si può esplicare solo in un contesto culturale adeguato. D ’ altro canto l ’ adeguatezza degli schemi teorici, dei modelli statistici non è questione che si può risolvere una volta per tutte, al contrario li costruiamo per poterli superare, ma questo non può significare che di tali schemi e strumenti si debba fare a meno anche per ché intanto i piani-programmi si vanno stendendo in uno stato di incertezza senza analisi e previsioni a quel livello di disaggre gazione che è necessario per articolare la politica economica nel tessuto produttivo. La previsione e la programmazione sono due facce dello stesso problema che significano conoscenza di determinate va riabili a partire da un quadro razionale di ipotesi e di informa zioni statistiche. Si tratta cioè di organizzare in modo coerente e sistematico la nostra conoscenza, di esplicitare le ipotesi del nostro ragionare e di verificarle con l ’ evidenza empirica. Que sta ci pare la base per garantire il confronto delle diverse ipotesi politico-economiche e per comprendere almeno le principali implicazioni ed effetti di una loro eventuale concretizzazione.
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