Problemi della transizione 1979

Politica economica

nali all ’ ampliamento dei divari nazionali è regionali. Questo stato fallimentare è peraltro ampiamente riconosciuto nelle < stesse sedi più prestigiose e responsabili nel campo della formu lazione della politica a breve. Così, infatti, il Segretariato dell ’ OCSE illustra la situazione economica dei paesi membri nel loro complesso a metà del 1978 (da allora ad oggi non si è verificata un ’ inversione di tendenza), mettendone in evidenza gli aspetti negativi perduranti: «bassa crescita della produzione e degli scambi; disoccupazione elevata; inflazione persistente; struttura molto sbilanciata degli squilibri nei pagamenti inter nazionali e ricorrenti esplosioni di instabilità monetaria; inve stimenti deboli e un livello di fiducia generalmente basso» 12 . Ciò equivale ad ammettere che la p.g.d. opera i suoi tentativi di controllo del ciclo comprimendo i livelli di attività economica. Si può dunque affermare che nell ’ arco di un trentennio, a parti re dai primi segni premonitori all ’ epoca di Roosevelt, la p.g.d. è riuscita a capovolgere la direttiva di Keynes allora formulata in questi termini: «Il rimedio giusto per il ciclo economico non deve trovarsi nell ’ abolire le espansioni, mantenendosi così per manentemente in una semidepressione, ma nell ’ abolire le de pressioni e mantenersi così permanentemente in una quasi espansione». In compenso, nella sua versione più strettamente monetaria essa intende rispondere in pieno al criterio dell ’ inter vento rapportato al volume delle risorse, nell ’ ipotesi che le mi sure monetarie, diversamente da quelle fiscali, non intervenga no a modificare l ’ allocazione reale delle risorse stesse 13 . 4. La p.g.d. ha risvolti non meno negativi sul versante istituzionale. Così come essa frena la crescita economica, con danno evidente dei paesi deboli, parimenti ostacola lo sviluppo istituzionale in direzione del decentramento, la cui esigenza, seppur con attitudini, modalità e intensità diverse a seconda delle rispettive esperienze storiche e delle strutture socio politiche vigenti, è proprio avvertita all ’ interno dei paesi deboli (nel nostro, soprattutto), anche allo scopo di imprimere una svolta agli indirizzi prevalenti di politica economica. In concre to, nel sistema produttivo dell ’ area occidentale, complessiva mente in ristagno e interessato da una progressiva concentra zione del potere economico, la p.g.d. favorisce un processo di «accentramento istituzionale» guidato, dietro il paravento de gli organismi internazionali (FMI, OCSE, CEE), dai governi dei paesi forti. Intorno alla p.g.d. e ai paesi guida che della pri ma costituiscono il risvolto per così dire «positivo» si forma un centro decisionale sovra-ordinato da cui si diramano segnali e direttive in un ampio ventaglio che va dal tipo di lettura della l situazione economica agli interventi conseguenti e alle loro procedure di attuazione. Ciò che si verifica in questa circostan za è l ’ adeguamento forzato dei paesi/regioni deboli al tipo di lettura della situazione economica suggerito dai paesi forti 14 , donde l ’ aggiustamento verso il basso del livello medio di attivi tà economica dai primi attuato con maggiore prontezza e inten- t sità di quanto non debba farlo verso l ’ alto il gruppo dei paesi

12 Cfr. OCSE, Economie Outlook, Parigi, Luglio 1978, p. V. 13 Su questo punto cfr. S omaini , La que stione keynesiana e le sue implicazioni nel campo della politica economica, in F inzi (a cura di), Il ruolo dello Stato nel pensiero degli economisti, Bologna 1977.

14 Si può precisare che il quadro analitico di riferimento della p.g.d. è quello macroe conomico internazionale-nazionale. Su di esso si concentra da sempre l ’ attenzione dei governi centrali e dei grandi centri decisio nali a livello internazionale. La sua costru zione avviene seguendo un criterio di omo

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