Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
no regionale in campo economico. Su questi elementi ci soffer meremo ora; vedremo in seguito quali fra essi sono effettiva mente individuabili nella p.g.d. così come viene oggi condotta nel nostro paese. Anzitutto, l ’ obiettivo dell ’ espansione accelerata ma anche concentrata nelle aree deboli rilancia la politica regionale. E bene ricordare che tale politica ha svolto finora le funzioni di una «scialuppa» diretta verso gli «arcipelaghi locali» della real tà economica e lanciata in mare dal «naviglio grosso» — la p.g.d. ai livelli internazionale e nazionale — la cui rotta passa al largo di quegli approdi. Volendo perseguire l ’ obiettivo della redistribuzione della crescita economica, questa rotta va cor retta. Alle Regioni, per le quali la politica regionale è diventata materia di interesse normale e diretto, spetta partecipare in pri mo piano alla definizione della nuova rotta. Fuori metafora, configurandosi una serie di interventi all ’ interno e non soltanto sul sistema economico, la politica regionale non può più essere considerata aggiuntiva e accessoria, bensì determinante nei confronti del processo di sviluppo. È evidente che questa sua «promozione» rafforza il sistema decentrato di governo dell ’ economia che ne costituisce l ’ ambiente naturale 17 . In secondo luogo, la preferenza accordata al medio termi ne come arco temporale di riferimento degli interventi dà respi ro e maggiore certezza alle azioni del governo regionale. Nella linea tradizionale della p.g.d. la certezza viene meno in seguito agli interventi congiunturali del governo centrale con i quali lo stesso ribalta in un breve volger di tempo le scelte degli obiettivi di politica economica. Le azioni regionali sono poi intralciate dal mancato dosaggio di quelle nazionali, giacché le autorità centrali tendono a «far poco in anticipo e troppo in ritardo». Per ultimo, in linea di massima gli interventi diretti di schiudono autonomi spazi di manovra per il sistema regionale di governo dell ’ economia nell ’ ambito di una «politica economi ca di tipo diretto» dal lato dell ’ offerta (per la quale rimandiamo al par. 8). Per quanto riguarda le specifiche misure amministra tive di controllo delle importazioni (ad es. mediante tariffe o quote), a nostro parere esse dovrebbero essere viste con interes se nel caso in cui rientrassero in una politica di sostituzione del sistema di libero scambio — che è condizionato dalle regole di comportamento dettate dai paesi forti e rafforzato da un appa rato di controllo internazionale governato dagli stessi paesi — con un sistema di scambi programmati 18 conformemente a un quadro di compatibilità internazionali alla cui definizione par tecipino tutti i paesi. Il sistema di commercio internazionale fondato sul libero scambio si sta infatti identificando con un si stema chiuso (o del tipo «vasi comunicanti») che attiva sempre meno risorse e occupazione. Esso ha contribuito all ’ isolamento prima e all ’ atrofizzazione poi dei mercati locali. Questo feno meno è particolarmente avvertito nei paesi, come il Regno Uni to, l ’ Italia, la Francia, con forti squilibri territoriali al loro in terno. Incidentalmente osserviamo che nei paesi come l ’ Italia che negli anni Cinquanta ha imboccato la strada dei? export-led
apertamente polemiche... Ma più in gene rale, io credo che dovremmo guardare. .. alla pianificazione dell ’ insieme del nostro commercio con l ’ estero» (corsivo nostro). Cfr. H olland , Sindacato e potere in Gran Bretagna, «Rinascita», 1978, n. 43.
17 Cfr. F ormica , La dimensione regionale della politica economica, «Studi e notizie ILRES», 1978, n. 4. 18 Secondo Holland, «...questo tipo di ri chiesta di controllo delle importazioni si basa su una analisi raffinata, che spesso si trascura da parte avversa, con intenzioni
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