Problemi della transizione 1979
Politica economica
zati e che non soltanto nel volume, ma anche nella direzione dell ’ occupazione effettiva esso manchi alla sua funzione. Su questo terreno ci si comincia a muovere anche in Italia. Napo leoni, ad esempio, in una recente polemica con Carli ha soste nuto a chiare lettere che «la questione dell ’ incremento delle ri sorse e quella della gestione efficiente delle risorse ora disponi bili non sono affatto due questioni diverse, ma sono esattamen te due aspetti della stessa questione» 23 : in altre parole, per la determinazione del volume delle risorse non sono indifferenti le modalità di utilizzo di quelle resesi disponibili. Non basta però il riconoscimento che gli aspetti per così dire «amministrativi» sono altrettanto importanti di quelli «creativi» del processo economico per far venir meno quella cautela. Le ragioni sono varie. Una di queste si può attribuire all ’ identificazione del problema del controllo come problema manageriale in cui «l ’ accento è posto sulle proprietà allocative di una economia di mercato in un contesto statico, non dinami co, non in evoluzione» 24 e, si potrebbe aggiungere, di piena oc cupazione delle risorse. In un sistema di movimento, di flusso, il problema principale da risolvere resta quello della sua «inde terminazione direzionale». La chiave della soluzione si trove rebbe sempre nella p.g.d., una politica fondamentalmente sana i cui errori nella regolazione del livello della domanda possono essere corretti, come suggerisce anche il noto rapporto OCSE del 1977, «Towards full employment and price stability», che ha Carli tra i suoi firmatari. Linea di condotta questa che peral tro nel nostro paese ha il suo più accanito sostenitore in An dreatta per il quale i problemi dell ’ amministrazione economica italiana sono problemi di politica a breve, di perfezionamento della manovra congiunturale. Una seconda ragione — e ci sembra che qui siamo al cuore del problema — sta nel paventato pericolo che l ’ accettazione, seppur accanto a strumenti di intervento indiretto dal lato della domanda, di un sistema di controlli diretti, sbocchi in una sta- tegia di programmazione dal lato dell ’ offerta fatta mediante or dini amministrativi allo scopo di modificare la composizione del prodotto nazionale. Insomma, il pericolo è quello della pro grammazione «fisica», per «tonnellate», che sostituirebbe il mercato con il più puro dirigismo statale. Sul piano teorico, sono soprattutto gli economisti neo-isti- tuzionalisti» 25 a qualificare il ruolo dello stato nell ’ economia nel senso dell ’ assunzione di compiti di vera e propria pianifica zione. Secondo Gruchy 26 , lo Stato dovrà scendere dalla sempli ce regolazione delle variabili macroeconomiche ad orientare di rettamente le scelte e i programmi nei settori più importanti
23 Cfr. N apoleoni , Carli, il mercato e le critiche della sinistra, «La Repubblica», 25 agosto 1978. 24 Cfr. P apandreou , Il mito del capitali smo di mercato, in M ermelstein (a cura di), Economisti a confronto, Napoli 1978, voi. 1°. 25 Sul ruolo della corrente di pensiero isti tuzionale e neo-istituzionale cenni interes santi sono contenuti in C aff ), Economia senza profeti, Nuova Universale Studium, Roma 1977, cap. IV. 26 Cfr. G ruchy , Contemporary economie thought. Thè contribution of neo-institu tional economics, London 1972.
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