Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

dell ’ economia. I controlli indiretti di stampo keynesiano non sono in grado di ridurre a un livello accettabile la volatilità e l ’ incertezza del processo di decisioni economiche private, pro cesso peraltro dominato e guidato dalle grandi imprese ai cui comportamenti vanno anzitutto ricondotte le grandezze ma croeconomiche. Pertanto, non è realistico pensare che le politi che macro «demand-oriented» siano disaggregabili dal mecca nismo di mercato a livello micro tra decisioni di produzione e decisioni di investimento adottate da numerose imprese con correnziali. I «neo-istituzionalisti» sostituiscono l ’ economia di mercato con una «economia dei sistemi» guidata dallo Stato in cui l ’ intervento pubblico non è in collusione con gli interessi del capitale monopolistico e che ha quali protagoniste le imprese in «rapporto di programmazione» con le istituzioni pubbliche. A livello di esperienze e di proposte, si possono segnalare, rispettivamente, le direttive assunte dal governo svedese nel 1975 — l ’ allora ministro del commercio riassumeva così il nuo vo spirito dell ’ economia politica nazionale: «...ogni nazione dovrà cercare di curare i propri mali internamente e per poter fare ciò c ’ è soltanto un mezzo, il dirigismo statale» 27 — e le conclusioni a cui giungono Amoroso e Olsen in una loro ricer ca sullo «Stato imprenditore» in Italia. Rilevato il ruolo subor dinato del settore pubblico alle scelte dei grossi gruppi econo mici, costoro propongono «di far fronte all ’ inadeguatezza della politica economica keynesiana non con un salto all ’ indietro, verso utopie liberiste, ma con un balzo in avanti che, partendo dal riconoscimento della scissione ormai definitiva prodottasi tra le esigenze di sviluppo del capitalismo monopolistico e quel le delle singole economie nazionali, si ponga il problema del passaggio dal capitalismo sovvenzionato al capitalismo rigida mente pianificato» 28 . 8. Il dibattito sulle politiche e sugli strumenti di interfe renza diretta e attiva nel processo economico del lato dell ’ offer ta si è impantanato nelle sabbie mobili della pianificazione «fi sica» e centralizzata. Non si è colta una opportunità e un ’ esi genza: l ’ opportunità di far leva sul decentramento istituzionale per tirarsi fuori da quel terreno accidentato; l ’ esigenza di ren der più articolata la strumentazione complessiva di politica economica, potendo ancora una volta contare sulle strutture decentrate di governo. Insomma, si è avventatamente sciupata, almeno per ora, l ’ occasione offerta dal decentramento istituzio nale di potenziare il controllo del processo economico con una larga partecipazione a livello politico da parte delle forze socia li e delle masse, e di capovolgere l ’ attuale impostazione «carat terizzata — come avverte Momigliano — da una troppo poca differenziata tipologia di strumenti di intervento proposti dall ’ operatore pubblico a sostegno di una realtà tanto diversifi cata» 29 . D ’ altra parte, non si può chiedere alle istituzioni decentra te di adempiere a compiti di governo in campo economico co stringendole entro l ’ area angusta e spesso impraticabile degli in

27 Proprio nel 1975 in un curioso annun zio funebre pubblicato su un quotidiano di Stoccolma si leggeva che «le idee economi che create da John Maynard Keynes hanno raggiunto l ’ eterna pace», citato da A lon zo , La Svezia ripudia Keynes e sceglie il di rigismo statale, «Corriere della Sera», 6 agosto 1975.

28 Cfr. A moroso e O lsen , L o Stato im prenditore, Bari 1978, cit. da A llione , Al tro che separato, questo è uno Stato im prenditore, «Il Manifesto», 14 dicembre 1978. 29 Cfr. M omigliano , Problemi e politiche di medio periodo, «Mondo Economico», 1978, n. 8.

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