Problemi della transizione 1980

L ’ Emilia-Romagna fra crisi e trasformazione

dell ’ intero paese, il processo di trasformazione non si arresti, lo sviluppo di questa democrazia non registri fasi involutive e so prattutto non maturi la convinzione secondo la quale tutto po trebbe diventare più facile se si allentano i legami con il quadro politico ed economico nazionale. La soluzione del problema non è certamente delle più sem plici, ma certamente non sembrano dare risposte soddisfacenti alle esigenze che abbiamo messo in campo, nemmeno in sede di analisi, le interpretazioni di tipo modellistico che sembrano scorgere concrete possibilità di superare le disparità tra zone forti e zone deboli della regione, di cancellare ogni traccia di emarginazione e di disgregazione programmando di fatto l ’ iso lamento di questa situazione dal resto del paese e chiudendo la forza del movimento operaio entro i confini regionali. In questa direzione ci sono sembrati incamminarsi talora, tra le riflessioni di maggior peso, quelle riconducibili allo sche ma del cosiddetto «modello emiliano» che ha sempre fatto le va, ci sembra, su due tesi mai disgiunte completamente tra di loro: quella della liquidazione per motivi strutturali di un «mo dello» che sarebbe stato costruito dalle sinistre entro i margini dello sviluppo capitalistico italiano degli anni ’ 60 e quella della definizione dei tratti di un modello questa volta da proporre in tutti i suoi dettagli e da proiettare nel futuro, che affida la sua realizzazione per un verso alla ripresa della fase espansiva del capitalismo italiano e per l ’ altro a un riequilibrio delle forze all ’ interno della sinistra nella regione e nel Paese. Lo abbiamo detto con estrema franchezza, questa non ci sembra la strada giusta e perché ricalca, talora anche in modo grossolano, le or me del vecchio riformismo; e perché ripropone una estensione ad infinitum dello stato assistenziale evitando di aprire la fase della sua trasformazione; e, infine, perché imprigiona entro i confini della regione non solo una parte consistente dell ’ intero movimento operaio e popolare organizzato dell ’ intero Paese, al quale di fatto viene negato il ruolo nazionale che gli compete, ma anche la notevole quantità e qualità delle esperienze e dei processi di trasformazione avviati in questi trent ’ anni dalla sua azione e dalla sua iniziativa di governo 7 . Ma questo intensificarsi della ricerca, dell ’ analisi, del con fronto, non ha quasi per nulla e quasi mai potuto giovarsi dell ’ apporto della DC, che ha accentuato negli ultimi tempi il suo atteggiamento arroccato, soprattutto nella vita politica e in quella istituzionale; atteggiamento che a dire il vero non ha ab bandonato neppure nel breve periodo della politica di unità de mocratica.

7 Su questo argomento vedi soprat tutto i «Quaderni de La Squilla», nn. 14-15, 1979 con i contributi di: A. M arianetti , R. B arilli , L. C olom bari , A. E miliani , F. D egli E sposi - ti , M. G ori , A. F inelli , E. P atta - ro , U. C ammelli , G. G herardi , R. S antini , G. A rfè , e Regione Emilia- Romagna, (a cura di) Politica indu striale e Regione, Venezia, 1979 e inoltre: L. G uerzoni , Discutiamo del caso Emilia, «L ’ Unità», 27.10.1978; R. Z angheri , L ’ ingres so dei Comuni nella programmazio ne, «La Società», n. 17-18, 1978; R.

I mbeni , Che cosa è ancora valido del modello Emilia, «L ’ Avanti!», 26.10.1978; G. F anti , in: «In pan ne» il motore del «modello emiliano?», in: «Analisi» n. 2, 1979.

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