Problemi della transizione 1980

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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

lunga e complessa. A determinare una tale situazione conver gono cause molteplici. Non è questa la sede per soffermarvicisi. E tuttavia è necessario sgombrare il terreno da almeno un tipo di ragionamento che serpeggia in modo più o meno esplicito ogniqualvolta si abborda un discorso di tal fatta, quello per cui qui, in Emilia-Romagna, si espliciterebbe con maggiore eviden za per la grande forza del partito una debolezza generale, na zionale dell ’ organizzazione. Senza sottovalutare il peso di un fattore generale, a me sembra che non solo non basti a spiegare tutto, ma che diventi pure a volte un capzioso paravento. Sem mai quello scarto evidenzia e sottolinea, all ’ interno di una diffi coltà nazionale, una debolezza specifica. La grande forza emiliana è, con gli alti numeri, soprattutto la capacità di costruire un blocco sociale ampio, che trova ri flesso — per quanto mediato — nella composizione sociale del partito. Le cifre sono eloquenti e inequivocabili. Se consideriamo il complesso delle categorie che possiamo approssimativamente racchiudere sotto la dizione generica di «ceti medi», e considerando le sole fasce attive (con l ’ esclusione quindi di studenti e di pensionati) eccetto quelli che abbiamo indicato poco sopra come lavoratori intellettuali (insegnanti, intellettuali, liberi professionisti, tecnici, impiegati), troviamo che il partito emiliano ne registra una presenza costantemente superiore alla media nazionale. Lo stesso avviene — con la sola eccezione (di lievissima entità) nel ’ 73 — se nei «ceti medi» in troduciamo impiegati e tecnici. Contribuiscono a questa fisio nomia del partito emiliano elementi storici e la composizione della popolazione attiva della regione. Ma, una volta di più, la loro considerazione sottolinea un problema, invece di risol verlo. Dunque, pure in Emilia-Romagna grandi processi che in cidono sulla formazione del senso comune avvengono in pre senza di una pesante ipoteca moderata, la cui influenza è accen tuata dal predominio di cultura e posizioni politiche diverse e/o avverse al movimento operaio nel quotidiano di maggior diffusione regionale, nella nuova realtà multiforme dell ’ emit tenza locale specie televisiva, in una serie di aggregazioni intel lettuali come, ad es., gli ordini professionali. Sottolineare questo dato di fatto è semplicemente ristabili re uno scenario equilibrato. I tentativi di una parte almeno del la DC di «chiamarsi fuori» sono vuote e goffe trovate propa gandistiche. 2. È difficile sintetizzare i caratteri e gli effetti culturali dell ’ azione moderata all ’ interno dei grandi processi di crisi-tra sformazione in atto. L ’ errore più grave sarebbe semplificare. Si è trattato di una azione molto articolata, spesso «spontanea» nel senso di reazioni immediate, molecolari di adattamento a fronte di un vuoto di indicazione politica delle forze moderate, di assenza politica che per essere colta come scelta, volontà po litica essa stessa richiedeva una capacità di analisi spesso inesi stente in interi strati. Se è vero che uno dei caratteri del persistere dell ’ influenza moderata è stato questo, occorre allora dire che essa è stata a volte facilitata dal tipo di azione specifica condotta dal movi

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