Problemi della transizione 1980

Realtà culturale e senso comune

mento operaio in determinati settori ove non si sono saputi convertire in rigorosa azione di classe spinte importanti, mo menti di travaglio sostanziale espressi nelle modalità proprie di una cultura piccolo-borghese. Incapacità che si è via via espli cata o nella chiusura o nell ’ assunzione acritica di contenuti, sti lemi, atteggiamenti. L ’ asse lungo il quale sembrano convergere le spinte mode rate fra loro diversissime per peso e segno, di singoli, organiz zazioni, centri di potere pubblico e privato è quello di vivere o instillare il convincimento della inanità dell ’ azione organizzata, dell ’ impossibilità da parte della gente di mutare il corso degli eventi. I burattinai dietro le quinte non possono essere in alcun modo condizionati, controllati, obbligati a cambiare scena. L ’ idea del potere come fatto indifferenziato, l ’ immagine del «palazzo». Non si può sfuggire alla etero-direzione di un in controllabile Moloch, di cui il televisore è la familiare appendi ce domestica. L ’ unico ambito dominabile, almeno parzialmen te, è la sfera della propria individualità, sempre più separata ed estranea dagli altri. Sarebbe letale — ed è un rischio che non sempre è stato evitato — perdere di vista anche l ’ esigenza e la carica critica che andavano e vanno tuttora a confluire in questa visione che poi muta in struttura portante della resistenza e del contrattacco moderati. Critica della separatezza della politica, confusa volontà di non accettare lo status quo che si rovescia totalmente nel suo contrario, ma che contiene all ’ origine un profondo bisogno di trasformazione. Specie nei giovani e nelle loro culture dove, proprio perché più sentita è questa esigenza e più a lungo per quanto indistintamente fermenta nelle coscienze, più abissali appaiono e sono le ricadute, i rifiuti, le rotture. È indubbio che al permanere e al ricomporsi in questa si tuazione della forza del moderatismo, assieme al monopolio di tutta una serie di strumenti essenziali nelle mani delle forze po litiche di governo, alla forza economica dei ceti dominanti, ai concreti interessi materiali di dati strati (basta pensare ai liberi professionisti o, in questi giorni, alla vicenda delle ricevute fi scali) concorrono anche responsabilità nostre. Tutta la sfera del «privato» ci ha visti in ritardo. Abbiamo risposto ai problemi «esterni» che il «privato» proponeva, ma non abbiamo saputo nel complesso sviluppare a sufficienza le risposte ai nodi «interni». Si è ripreso un lavoro in questa dire zione anche sulla base di importanti filoni di elaborazione la sciati cadere in ombra; occorre andare oltre, investendo in ciò molte energie, chiamando intorno a noi grandi forze intellet tuali, orientando la ricerca non solo nella direzione della de scrizione dei fenomeni. Ho volutamente insistito su alcune linee del quadro che è ben più complesso per almeno tre motivi: a) porre un preciso terreno di discussione, spesso declassato alla sotto-categoria dell ’ organizzazione culturale di massa o frantumato in politi che separate; b) riproporre la globalità delle forze in campo; c) sottolineare la complessità dei soggetti del cosiddetto «lavoro culturale». Sviluppo della scolarizzazione di massa, prorompere dei mass-media, mutamento del rapporto con il «bene» cultura so

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