Problemi della transizione 1980
Realtà culturale e senso comune
La risposta usuale è la (ri)proposizione di un partito tanto aperto sul piano dell ’ azione politica quanto chiuso su quello delle idee, diffidente verso gli intellettuali, poco in grado di rapportarsi ad essi al di là di una sorta di strumentalizzazione istituzionale. Tralasciando le tentazioni polemiche e partendo dal rico noscimento di una difficoltà reale nel lavoro del partito verso i ceti medi intellettuali, credo che la relativa separatezza in cui sono vissuti esperienze e contributi importanti di ricerca marxi sta prodotta in questa regione attengono ad un altro ordine di questioni. Da un lato si trattava spesso (ma non solo) di lavori tendenti a sfuggire all ’ ottica riduttiva e subalterna della pura storia del movimento. Non si tratta solo e tanto di «inattuali tà». C ’ è qualcosa di più profondo: un punto di vista non di op posizione che si inseriva e si scontrava nel partito con una cul tura non capace invece di attingere fino in fondo la dimensione di governo. Dall ’ altro introdurrei qui il peso determinante dei meccanismi di diffusione, di circolazione dei prodotti culturali. Un mercato dominato da precise regole. 3. Di certo il percorso più suggestivo da seguire è quello della traccia, del segno impresso nella coscienza delle masse da una così ampia e multiforme presenza, fin dai primordi, del movimento operaio organizzato, in particolare — in questo se condo dopoguerra — di una forza rivoluzionaria come il PCI, e dalla ormai trentacinquennale esperienza di un governo locale unitario di sinistra che hanno saputo raccogliere, filtrare, sus sumere nel loro modo di essere più lontane, non meno ampie, altrettanto profonde esperienze socialiste del periodo prefasci sta, su cui è ancora molto da scavare e riflettere nonostante la recente ripresa di studi e più lontane, ma ancora attuali, ricer che come, ad es., quella di Zangheri sulla Federterra. Anche in questo caso non vedo altro modo di procedere che isolare alcuni elementi di una realtà complessa, in cui agi scono stimoli molteplici ognuno dei quali, se può essere analiz zato separatamente, vive nel concreto solo in stretta simbiosi con gli altri. Un primo, essenziale dato, tanto palese da essere presso ché rimosso: lo sviluppo di una mentalità collettiva che vede nell ’ azione degli individui associati la possibilità primaria e la dimensione essenziale per affrontare e sciogliere i nodi che la realtà continuamente ripropone. La maglia associativa emiliana è davvero straordinaria mente estesa. Due fra i molti dati possibili: l ’ imponente presen za delle esperienze cooperative, il tasso di sindacalizzazione fra i lavoratori dipendenti della regione. Secondo quanto attestano le stesse centrali cooperative, al dicembre ’ 78, esistevano in Emilia-Romagna circa 4.500 cooperative con 816.164 soci e 107.962 dipendenti. Alla stessa data i sindacati confederali avevano 1.047.150 iscritti, pensionati compresi, pari ad un tasso di sindacalizzazione del 58,6%, di 5 punti e mezzo supe
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