Problemi della transizione 1980
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
riore alla media nazionale. Ma l ’ elemento caratterizzante di questo vasto sistema associativo sta nel fatto che il suo centro catalizzatore è costituito dall ’ esperienza del movimento ope raio organizzato, da poli di aggregazione e organizzazione che per gli ideali da cui sono guidati, per il loro modo di essere an che organizzativo (si rivada, ad es., al senso ultimo di quella «invenzione» del movimento operaio italiano che sono le Ca mere del Lavoro), per la strategia politica che perseguono ren dono l ’ adesione e la partecipazione un elemento di obiettivo su peramento ad un tempo e di una visione individualistica e di quelle spinte corporative che il capitalismo si è sempre trascina to con sé e che nelle società tardo-capitalistiche sono andate rafforzandosi ed acquisendo un nuovo volto e un diverso ruolo. Se tutto ciò è plausibile, non è allora azzardato scorgere nel senso comune di questa regione lo sviluppo — probabil mente frutto dell ’ innesto della esperienza del movimento ope raio organizzato anche sul tronco di basi storiche radicate nella conformazione del territorio, nel rapporto uomo-natura che ne deriva — di un germe almeno di elementi antagonistici alla frantumazione e atomizzazione sociale propria della realtà ca pitalistica. Una contro-tendenza immersa in quel concreto frantumato, di cui non può non risentire gli effetti. Ed ecco al lora la divaricazione, preoccupante, fra adesione e partecipa zione. E ancora: la presenza e la pressione pure qui della spinta dei vari interessi ad articolarsi corporativamente, a rendere esplicita — nei e fra i ceti che compongono il blocco sociale do minante, che intorno ad esso ruotano o che da esso sono attrat ti — a rendere esplicita quella «coalizione tacita» che un gran de pensatore borghese, Adam Smith, già alla fine del secolo XVIII affermava si desse «sempre e ovunque» fra i masters, fra i padroni. Tuttavia gli strappi che anche sul tessuto sociale della re gione ha provocato la crisi non possono essere, mi sembra, li quidati solo e semplicemente con l ’ immersione dell ’ Emilia-Ro magna nel mare della realtà capitalistica dominante. Dimenti carlo e attribuire le responsabilità preminenti al movimento operaio che regge le istituzioni rappresentative (nelle quali, non è poi male rammentarlo, non si concentra e si consuma l ’ intero potere a livello locale) è un curioso recupero implicito della tanto bersagliata immagine della «isola rossa», paradossal mente fatta propria appunto da chi, a cominciare dalla DC, ci rinfaccia di coltivarla, d ’ essere schiavi di quella chiave interpre tativa. Sarebbe però una deformazione speculare appiattire la realtà di questo punto alto dello scontro di classe nel nostro paese. Se l ’ Emilia per molti versi ha tenuto meglio nella crisi anche e per buona parte per la forza, la presenza e l ’ azione del suo peculiare movimento operaio, allora occorre — come suol dirsi — «farsi carico» di quelle lacerazioni. Affrontare questo aspetto del discorso significherebbe ri percorrere in modo puntuale l ’ analisi della crisi e delle risposte che abbiamo dato e che cerchiamo continuamente di aggiorna re. E ovvio che non è compito di queste pagine. Alcune osser vazioni specifiche possono e debbono tuttavia essere avanzate, sebbene in modo schematico.
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