Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

1978, rispetto alla popolazione femminile adulta dei capoluo- ghi, il PCI vedeva in Italia una iscritta ogni 47,61 donne in età superiore ai 18 anni, in Emilia tale rapporto era di 1 a 10,37 (cioè a dire una relazione 4,5 volte più favorevole) con punte come a Imola, Modena, Ravenna e Reggio per cui si ha 1 iscrit ta per meno di 7 donne adulte. In cifra assoluta nel 1978 erano 170.405 le compagne organizzate nel partito con un indice di incremento nel quadriennio ’ 75- ’ 78 superiore di circa 2 punti a quello degli iscritti in generale. Non è mio compito in questo seminario inquadrare questo dato nel complesso discorso della questione femminile che, lo sappiamo bene, attraversa anche il partito. E comunque un elemento di rilievo, non solo nella for mazione di una coscienza collettiva, pure in quella di quadri politici femminili, la cui difficoltà di formazione è un tutt ’ uno inestricabile con la questione femminile e il suo vivere, premere all ’ interno del partito. Anche in questo caso le cifre offrono la riprova dei molteplici volti e nodi del problema. L ’ ampia pre senza organizzativa delle donne nel partito determina per molti versi la formazione di quadri femminili di cui sarebbe tra l ’ altro interessante studiare la mortalità politica dovuta alla condizio ne femminile. Ma siamo solo ad una delle condizioni e premes se necessarie. Un dato su cui riflettere: rispetto alla percentuale media nazionale (dati 1977) il numero indice delle iscritte al PCI in Emilia-Romagna è 156,3, ma se osserviamo la composi zione degli organi dirigenti federali (CF + CFC) abbiamo che questo numero indice scende a 121,23 per risalire a 139,9 nella composizione degli organi dirigenti regionali (CR + CRC). E qui sta la spia di una presa di coscienza e di una scelta da sotto lineare. A livello nazionale abbiamo infatti una percentuale de crescente di donne man mano che dal livello federale si va a quello nazionale. Non si tratta dunque — ritornando al filo principale del discorso — di contrapporre una visione meno istituzionale ad una più istituzionale. Si tratta piuttosto di meglio integrare di versi punti d ’ attacco e di intervento. E di fare esplicare tutte le potenzialità ai momenti di partecipazione-raccordo società ci- vile-istituzioni. Il piano giovani è, a questo proposito, una grande occasione anche culturale. Si dice che la lacerazione maggiore del e nel tessuto demo cratico concerne appunto il versante dei giovani e delle loro «culture», caratterizzate da un ripiegamento interno e indivi dualistico fino alla terribile evasione nella tossicodipendenza. Ma per questo anche da una esasperata volontà di «stare insie me». Senza immaginarci facili scorciatoie occorre rendere il bi sogno di stare insieme coscienza della necessità di agire insieme per far sì che esplichino tutte le loro potenzialità le implicite esi genze di trasformazione sociale insite nel disagio dei giovani e in quelle culture giovanili con cui è necessario misurarsi con ri gore ma senza alcuna sufficienza o, peggio, sospetto. Proprio in questi giorni tutto il paese ha potuto osservare segni incorag gianti nelle masse giovanili di incrinatura in uno stereotipo troppo frettolosamente assunto. Come tutte le generalizzazioni anche questa è poco utile. Assumiamo comunque quella imma gine, parziale ma veritiera, dalle mille facce, unificate nell ’ in certezza di un presente decifrabile solo da una salda coscienza politica e da un fornito arsenale analitico.

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