Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

d ’ informazione e di una informazione spesso non passiva è la presenza della rete organizzativa politica, sindacale, coopera tiva. Nel 1975, in occasione del 14° Congresso nazionale del partito, la sezione centrale di organizzazione ha tentato di for nire ai delegati anche un quadro della stampa di federazione. Si tratta di una realtà in continuo movimento, a volte in parte già superata quando la si registra. Ma dà conto di un fenomeno imponente e di rilievo, che occorrerebbe coniugare e rapporta re ad altre realtà analoghe: stampa associativa in genere, quella delle parrocchie, etc. Ai fini del nostro schizzo vorrei proporre all ’ attenzione questi rapidi dati. Nel 1975 le federazioni emi liano-romagnole del PCI producevano 121 testate dalle scaden ze più varie, settimanale, mensile, saltuaria, ciò che non per mette di stabilire un numero medio di copie annue. Ipotizzando l ’ uscita simultanea in un periodo x dell ’ anno di tutte le testate, avremmo avuto una tiratura (che è cosa ben diversa da vendita o lettura) di una copia ogni 16,9 abitanti. Questo parametro — grezzo e arbitrario ma sintomatico — era per le regioni classi che del triangolo industriale, ai primi posti nel consumo di quotidiani, di una copia a 20,6 abitanti in Piemonte; 1 a 37 in Lombardia; 1 a 41,78 in Liguria. Si modifica in tal modo profondamente il quadro del se gno politico dell ’ informazione scritta. Se mediamente — com prese quindi le domeniche che distorcono di molto il reale rap porto feriale — il rapporto « Carlino »-« Unità» è nella regione di più di 2 a 1 — un risultato strabiliante solo che si pensi che in Piemonte «l ’ Unità» rappresenta meno del 7% delle vendite del la «Stampa», in Lombardia neanche il 18% di quelle de «Il Corriere», in Liguria circa il 16% del «Secolo XIX»; nel Vene to il 14% del «Gazzettino» — cosa diverrebbe mensilmente o annualmente considerando questa stampa «minore»? Il consumo culturale più «tipico» degli emiliani sembra es sere il cinema. I primati statistici non si contano. Sale rispetto al numero degli abitanti? Numero di biglietti venduti prò capi te? Spesa per abitanti? Il dito scorre sulle colonne e ritrova sem pre la leadership emiliana. Anche nella nostra regione la crisi ha colpito duramente negli ultimi anni il cinema ma l ’ emiliano continua a spendere, per il cinema, più d ’ ogni altro italiano: nel 1977 più di 10.100 lire prò capite, una cifra che rappresenta l ’ 82% della spesa media prò capite globale per spettacoli e ma nifestazioni di un italiano medio e il 68,3% di quanto comples sivamente dedica ai divertimenti e spettacoli un abitante del centro-nord (che in media destina al cinema solo il 48,9% delle risorse destinate a spettacoli, etc.). L ’ emiliano dunque spende per il cinema il 40,37% in più di quanto spende mediamente un italiano, il 37,91% in più di un piemontese, un 36,49% in più di un lombardo. Gli esperti potranno dire e dibattere delle linee culturali decifrabili all ’ interno di questo grande consumo culturale di massa, dei caratteri del mercato cinematografico emiliano. Per parte mia due sono gli elementi del fenomeno che vorrei pro porre alla nostra comune riflessione. Intanto, pure in questo caso, una tendenza — forse tenue e tuttavia mi sembra reale — ad un consumo culturale meno passivo, maggiormente frutto di una scelta attiva che la pura recezione di ciò che è proposto,

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