Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

cardine della milizia operaia che è la volontà e necessità di prò- gre dire. E chiaro che ciò non significa capacità di percepire in mo do immediato il «nuovo». Vi si frappongono il peso del domi nio e della pressione moderata, il doppio carattere della cultura delle classi subalterne, anche schematismi, insufficienze, mo menti di arretratezza del movimento operaio. E ancora: una sorta di «cautela», con qualche punta di diffidenza, che porta pure ad errori, connessa alla sana volontà di intendere la so stanza ultima di quanto si presenta ed è presentato come «nuo vo». Infine il ruolo ed il gioco del valore degli elementi autenti camente popolari delle tradizioni. L ’ azione di governo locale tenendo conto di questa com plessità della coscienza sociale ha teso appunto a favorire l ’ avanzamento della ricerca e delle conoscenze. Limiti ce ne so no stati senza dubbio, ma ciò non toglie che il tentativo, la li nea, si è mossa in un senso complessivamente giusto. Si potreb bero avanzare molti esempi. Uno per tutti: la complessa opera zione di combinazione fra il patrimonio di una cultura tradizio nale, non immune da elementi di «nostalgia», e momenti di cultura avanzata, «nuova» nella costruzione e gestone del Mu seo della civiltà contadina di San Martino di Bentivoglio. Un quadro dunque aggrovigliato che può essere decifrato — facendo avanzare grandi masse senza deprimere la ricerca d ’ avanguardia — solo attraverso uno scavo profondo e conti nuo, rigoroso, su quel grande concetto ordinatore. Una babele di lingue vive oggi il partito e il movimento operaio nel suo complesso. Non ne emerge solo la necessità di una battaglia nei confronti di chi nega sostanzialmente la possi bilità stessa di un progresso, come — se ho bene inteso il reso conto dell ’ «Unità» — è emerso nella recente discussione della IV commissione del Comitato centrale. Occorre, più in genera le, lavorare a ricomporre una visione unitaria, che non significa unanimistica, adeguata ai tempi, ai problemi, alle trasforma zioni in atto. Non è astratta domanda di un filosofo arretrato su posizioni idealistiche chiedersi che significhi oggi «progres so». E non soltanto il senso ultimo di grossi dibattiti culturali in atto — ad es., quello sulle forme della ragione — è soprattut to un modo, fondamentale, di chiedersi cosa debba essere il so cialismo, come si dovrà articolare la società nuova. E una battaglia dura ma essenziale, altrimenti i giovani non troveranno il filo conduttore della possibilità di uscire dal la loro sofferenza. E continuerà la «sorpresa» per le risposte operaie, come quelle recenti della FIAT, o la scarsa capacità mobilitante di punti pur alti della nostra elaborazione, come la proposta avanzata dal compagno Enrico Berlinguer all ’ Eliseo. Se guardiamo alla coscienza media l ’ austerità è stata colta non come possibilità di andare avanti ma come fermata o re gresso imposto dalla crisi. Non bastano a spiegarlo i sociologi smi o, peggio, i rilievi sull ’ insufficienza propagandistica, pur vera e grave. Gli intellettuali avevano certo le armi per com prenderne il senso. Hanno reagito solo parzialmente. Sconto vizi e pregiudizi politici. Credo che la nostra attenzione debba essere appuntata su una analisi severa. Hanno risposto più o meglio, sebbene ancora una volta insufficientemente, gli intel lettuali scientifici. Il loro stesso sapere era una chiave per inten

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