Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
Il decentramento produttivo
5. Come tentare di interpretare questi segnali? Vorremo evitare concettualizzazioni esaustive come quella delle «tre Ita lie» formulata da Bagnasco e Messori, anche se non discono sciamo l ’ utilità che ha avuto questo schema. Preferiamo, inve ce, senza pretese di completezza, riannodare alcuni fili a partire da una manifestazione particolarmente rilevante come il decen tramento produttivo. Ci pare che a questo fine sia utile risalire nel tempo al pe riodo 1963- ’ 68 (anche se certamente ancora più indietro si tro verebbero altri pezzi importanti per il nostro ragionamento). In quel periodo l ’ industria italiana cerca di rispondere all ’ erosione dei suoi altissimi profitti aumentando la produttività media per addetto, riorganizzando la produzione, intensificando i ritmi; tutto ciò passava attraverso una forte concentrazione industria le e territoriale dell ’ attività e l ’ accellerazione del drenaggio di forza-lavoro non sindacalizzata e non qualificata delle campa gne e del Sud. L ’ industria italiana inoltre non investe in settori nuovi, ma punta tutto sulle economie di scala, sulla parcellizaz- zione e ripetitività del lavoro. L ’ Emilia-Romagna rimane fuori da questo processo o almeno qui si rimane lontani dalle mani festazioni del triangolo industriale. Il motivo di ciò è questione importante. Alcune cause stanno forse nell ’ assenza della gran de industria italiana, nella resistenza che il potere politico loca le oppose alla speculazione urbanistica e all ’ industrializzazione a qualunque costo, nell ’ importanza e ricchezza del tessuto so ciale e agricolo in particolare. Ma crediamo che un grosso peso deve avere avuto la struttura del capitale finanziario italiano e anche le caratteristiche positive e negative, la miopa e presbio pia al tempo stesso dell ’ imprenditoria emiliana. Il fatto è che la regione si affacciò agli anni ’ 70 con la sua struttura di piccole e medie imprese integra e questo senza dubbio è un elemento fondamentale che spinse le imprese della regione ad affrontare la riorganizzazione degli anni ’ 70 attraverso la disintegrazione verticale della produzione. Bisogna a questo punto aggiungere che se l ’ investimento per addetto fosse stato consistente in Emilia-Romagna negli anni ’ 60 difficilmente le imprese avreb bero potuto trovare conveniente la via del decentramento pro duttivo. Del resto la caduta degli investimenti che si verificò in Italia negli anni ’ 60 danneggiò relativamente l ’ Emilia- Romagna, dove non erano presenti i settori ad alta tecnologia, che richiedono più degli altri un flusso continuo di investimen ti. Tuttavia la disintegrazione verticale della produzione per es sere conveniente richiedeva almeno altre due condizioni: 1) la possibilità di realizzare forti economie nel costo unitario del la voro, il che generalmente si ottiene sia evadendo quote di oneri sociali, sia per i notevoli guadagni di produttività consentiti dalla flessibilità dell ’ impiego della forza-lavoro; 2) la disponibi lità di manodopera propensa a svolgere lavoro irregolare senza chiedere poi un inserimento organico nel mercato del lavoro. Sono note le diverse interpretazioni date dal decentramen to produttivo: a) quello secondo cui le piccole imprese funzionerebbero come ammortizzatori (polmoni) durante il ciclo produttivo; b) quelle secondo cui la presente conflittualità operaia rende rigida la organizzazione del lavoro nelle imprese maggiori; c) il fatto che un complesso integrato di piccole imprese ha una
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