Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ranno appena il 15,10% dei nuovi assunti, contro il 18,10% di impiegati assunti nel 1978-79 e contro il 20,54% che era il pe so di questa componente al 31.12.1978. Se poi si disaggrega quest ’ ultima componente, si vede che la previsione per il 1979 è di un incremento nell ’ assorbimento di impiegati d ’ ordine con tro una diminuzione degli impiegati direttivi e di concetto, sempre rispetto alla composizione al 31.12.1978. Non ci si può nascondere che questi dati sono quanto me no un indicatore preoccupante del grado di evoluzione tecnolo gica delle imprese emiliane. Non si vuole dire che le nostre im prese non usino tecnologie avanzate (e comunque anche questo andrebbe valutato attentamente: si pensi all ’ assoluto predomi nio tedesco nella produzione delle macchine operatrici più sofi sticate) bensì che tale tecnologia è solo in parte prodotta qui. Buona parte della produzione tecnologica è il frutto di una pro duzione fatta su scala ridotta, un ’ altra parte è frutto del l ’ adattamento di tecnologie prodotte altrove. L ’ industria non sembra appoggiarsi su una solida e diffusa area di ricerche e sperimentazioni. Ci pare fuor dubbio che la frammentazione produttiva, sia perché trova buone economie in se stessa, sia per carenze di coordinamento, disincentivi la ricerca tecnologi ca e l ’ occupazione intellettuale. Il fatto poi che l ’ impresa richie da o manodopera senza qualifica o manodopera già estrema- mente specializzata perché non ha nei suoi programmi la for mazione di quadri qualificati, ha un grave effetto anche sulla formazione scolastica che non può e non deve dare qualifiche estremamente specializzate, ma dotare anche di una capacità culturale e lavorativa più generale. Dal canto suo l ’ agricoltura non fornisce opportunità mol to superiori ai giovani, e per convincersene basta pensare alla struttura per età dell ’ occupazione agricola. Lo stesso impiego pubblico, se pur ha rappresentato e rappresenta in qualche mo do un punto di arrivo per molti giovani, è sempre meno un luo go capace di assorbire, utilizzare e valorizzare la potenzialità dei giovani laureati e con determinate qualifiche. Dall ’ altro lato (quello di chi offre il proprio lavoro) sta una forza lavoro con grandi potenzialità intellettuali, che vuole par tecipare, che richiede lavori flessibili, tempo libero e servizi so ciali e culturali. Il problema del lavoro part-time o irregolare non appare solo un modo di integrare il bilancio familiare (ormai ricco in Emilia-Romagna) o di trovare un lavoro altrimenti non accessi bile (in realtà siamo ormai in una situazione di quasi piena oc cupazione nel breve periodo); ma è anche il risultato di una in disponibilità soggettiva generata evidentemente da condizioni oggettive che in parte abbiamo richiamato sopra. Non si può certo credere che si tratti solo di scarsa informazione o di una generica e banale «poca voglia di lavorare». Bisogna ripetere ancora che è in discussione il modo di lavorare, l ’ orario di lavo ro, la possibilità di cambiare, di partecipare attivamente, di tornare a studiare. Al lavoro in fabbrica o a un modesto impie go pubblico ormai sono molti quelli che preferiscono, e che possono permettersi, un lavoro autonomo, retribuito male o saltuariamente, ma che consente spazi per sviluppare la propria personalità (purtroppo, dobbiamo aggiungere, in modo spesso distorto e subordinato). E poi c ’ è il problema delle donne, la ri

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