Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

nali sono anche obiettivi di lotta delle forze democratiche della nostra regione. Ma dobbiamo, al tempo stesso, guardarci da una visione centralizzante dei problemi dello sviluppo econo mico, ed attendere dai livelli decisionali nazionali la soluzione di tutti i problemi regionali. Proprio a simili visioni centraliz zanti dobbiamo il fallimento dei disegni programmatori dei passati decenni. Sappiamo che dalla programmazione regiona le può derivare un forte impulso al superamento degli squilibri e dei ritardi nella stessa economia nazionale. La contraddizione segnalata esige un salto di qualità: l ’ assunzione, da parte delle istituzioni rappresentative, di una funzione di guida del proces so economico, di coordinamento di tutte le risorse e di tutte le energie per il superamento degli specifici limiti dello sviluppo regionale. Il discorso deve a questo punto allargarsi e soffermarsi su due questioni: 1) il significato della dimensione territoriale del la politica economica e, quindi, degli strumenti (economici e amministrativi) atti ad esplicare tale politica; 2) il tipo di politi ca economica che si vuole svolgere a livello locale, il suo rap porto con la politica economica su scala nazionale. In sintesi, su quali strumenti di politica economica si deve puntare per il governo dell ’ economia? Ci si deve collocare dal punto di vista della domanda, oppure dal punto di vista dell ’ of ferta? E, in ogni caso, quale rapporto deve correre fra i due? Riguardo al primo punto, va anzitutto ribadito che l ’ ipote si degli economisti che il disequilibrio fra paesi e aree sia elimi nabile attraverso il meccanico operare di meccanismi economi ci compensativi è smentita sia dai fatti (aumento della distan za fra paesi ricchi e poveri, aumento della distanza fra aree po vere e aree ricche all ’ interno di ciascun paese) sia dalla riflessio ne teorica (essa deve sempre più misurarsi con l ’ insorgere di barriere di ogni tipo fra gli Stati e fra le regioni generate princi palmente dall ’ inasprimento della concorrenza internazionale). Il disequilibrio territoriale appare dunque una condizione di lungo periodo che dovrà essere affrontata e trattata con stru menti e politiche ad hoc, che difficilmente possono essere pen sate e dirette solo a livello nazionale. Inoltre, la riorganizzazione del sistema politico produttivo e la stessa organizzazione economico-sociale pare in una fase di colossale «sperimentazione»: si ricercano le forze organizzati ve, gli strumenti di consenso e di condizionamento, le leve di potere, le condizioni economiche e produttive, le alleanze poli tiche e sociali. Tale sperimentazione ha nelle diverse regioni del paese (ma il limite territoriale potrebbe essere anche più esteso), e nella nostra regione in particolare, laboratori o, me glio, punti di osservazione particolarmente adatti e attrezzati. La dimensione territoriale dunque è un luogo essenziale per comprendere le tendenze odierne dei sistemi economico-sociali e non è il limite ristretto di analisi localistiche. La programmazione economica, se vuole evitare le secche autoritarie della pianificazione centralizzata, ha necessità di ar ticolarsi, di vivere di vita propria nelle diverse realtà regionali. L ’ articolazione territoriale della politica economica è un aspet to essenziale di una «filosofia» programmatoria che voglia al largare la base di conoscenza e di partecipazione, tenere conto adeguatamente di tutte le diverse realtà, prefigurare sentieri di

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