Problemi della transizione 1980
Sviluppo economico e democrazia
sviluppo, affrontare con strumenti di versificati problemi diver si, controllare l ’ effettivo operare delle politiche prescelte. Riguardo alla seconda questione, c ’ è da rilevare che l ’ ap parato concettuale degli economisti è in difficoltà. La fiducia nelle possibilità di dirigere il sistema economico con politiche di gestione della domanda (p.g.d.) di stampo keynesiano. è ve nuta meno (ma bisogna aggiungere che è difficile dire oggi qua le sia la politica keynesiana: si passa dal «quasi-monetarismo» al «quasi-protezionismo» con parecchie tonalità intermedie). È in atto una «revisione critica» della p.g.d. e dei suoi contenuti per la sua incapacità di intervenire sul processo di allocazione e, soprattutto, di formazione delle risorse. Su questo processo incide pesantemente anche il grande numero di modificazioni strutturali che sono in atto; modifica zioni dell ’ assetto proprietario delle imprese, dei mercati di sbocco, dell ’ organizzazione del lavoro, di processi tecnologici; tutto ciò ha posto alla ribalta la necessità di intervenire diretta- mente nel processo produttivo e sul sistema delle imprese. Si tratta in fondo di intervenire non solo sul livello dell ’ occupazio ne e della produzione di beni e servizi, ma anche e soprattutto sulle loro qualità. Occorrono dunque strumenti per program mare interventi su settori strategici con lo scopo di indurre le imprese ad adeguarsi non solo nelle tecnologie, ma anche in tutto il cisterna di gestione dell ’ attività produttiva in un mondo che richiede continui cambiamenti, aggiustamenti, assorbimen to di innovazioni ecc. In linea di principio è evidente che la politica economica dal lato dell ’ offerta è quella che meglio si adatta al governo re gionale. La stessa fiducia di poter qualificare le politiche di go verno della domanda attraverso «consumatori collettivi» capa ci di organizzare e guidare la domanda dei beni dai consumi «improduttivi» (come qualcuno li ha chiamati) a consumi con il carattere di veri e propri «investimenti sociali», pur se impor tante, oggi non è in grado da sola di penetrare e incidere sui meccanismi fondamentali del processo produttivo. Non che questo tipo di p.g.d. non abbia dato frutti, specie in Emilia- Romagna, (e non sia auspicabile rispetto ad una politica di spe sa tout court); il punto è che essa non è più sufficiente e soprat tutto è destinata ad incontrare ostacoli sempre maggiori in pre senza di un forte processo inflazionistico. Non si tratta di ab bandonare come una moda qualsiasi la p.g.d. ma di saperla in tegrare con altri strumenti dal punto di vista della p.g.o. In ogni caso anche questo ultimo tipo di politica economica deve essere riempita di significato e di contenuti. Una politica di programmazione rende necessaria una po litica di informazione adeguata; informazione alle imprese del le scelte che il governo regionale compie. Informazione dalle imprese sulla strategia che intendono perseguire; informazione statistica di base per conoscere i rapporti esistenti, per costruire sistemi previsivi e di controllo. Si tratta di approntare gli stru menti tecnici ed economici (oltre che istituzionali) e, soprattut to, di superare una concezione «amministratrice» della gestio ne dell ’ esistente e assumere, invece, l ’ obiettivo di guidare il pro cesso economico in modo sempre più consapevole e coerente secondo scelte e obiettivi espliciti e con strumenti adeguati. Non si tratta di imboccare la strada di un autoritarismo pro
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