Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

gramolatore e centralizzato alternativo al mercato, bensì, muo vendo dall ’ analisi della complessità e pluralità dei rapporti economico-sociali, predisporre un quadro strategico e operati vo entro il quale i comportamenti autonomi delle parti sociali ritrovino il necessario elemento coordinatore, misurino e con frontino le compatibilità delle proprie particolari esigenze di sviluppo. Si tratta di costruire un insieme di livelli di program mazione che specie a livello sub-regionale eviti il moltiplicarsi dei centri di formulazione degli obiettivi e dei fini dello svilup po economico, sapendo al tempo stesso modellare al massimo le energie, le capacità di mobilitazione democratica degli enti intermedi nel controllo e nella attuazione del quadro generale. 8. Per poter comprendere più a fondo il ruolo svolto qui in Emilia-Romagna dal sistema delle autonomie in ordine allo sviluppo economico bisogna dunque considerare per i motivi dianzi detti anche il tipo di politica economica seguita in Italia in questi ultimi decenni. Sono state politiche poste in essere in relazione ai loro effetti sull ’ economia nazionale nel suo com plesso, indipendentemente dalla loro incidenza a livello territo riale. Se si fa eccezione per i tentativi di politica meridionalista (per altro soggetti alle note distorsioni e contraddizioni), i pun ti di riferimento sono stati il prodotto nazionale lordo, la pro duzione industriale, i prezzi, la bilancia dei pagamenti, l ’ occu pazione. I servizi, l ’ ambiente e tutto ciò che contribuisce a costruire quanto si riassume nell ’ espressione «qualità della vita» è stato trascurato e affidato al sistema di governo locale solo nei limiti delle risorse residuali rese disponibili. E un aspetto, questo, della tendenza a considerare prevalenti i criteri di mercato (spesa-domanda) rispetto a quelli che invece fanno leva sulla produzione e l ’ offerta. In questo quadro la Regione e gli Enti locali hanno visto notevolmente restringersi il loro spazio a un ruolo subalterno e residuale. Il ruolo delle Regioni italiane e degli Enti locali ha, in particolare, teso a ridursi a tre momenti soltanto: a) assicurare forme di redistribuzione del potere politico (ma ridotto a pote re soprattutto amministrativo e gestionale) 22 ; b) porre in essere interventi correttivi (e sul piano nazionale e su quello infrare- gionale), risorse formate , della allocazione territoriale di parte delle risorse stesse; c) essere il punto terminale di amministra zioni di settore (vera e propria agenzia di spesa dello Stato) 23 . Da qui taluni effetti negativi manifestatisi in questi ultimi anni: 1) il contributo della Regione alla programmazione nazionale si riduce prevalentemente o alla partecipazione ad organi di mediazione interregionale per la distribuzione delle risorse, o a un ruolo meramente consultivo (il che, anziché semplificare e snellire il processo decisionale, porta a un ulteriore aggroviglia- mento delle mediazioni); 2) i programmi di sviluppo tendono a

Governo nazionale e go verno regionale delle ri sorse

22 Per un più ampio svolgimento cfr. A. B arbera , Trasformazione o ri stribuzione del potere?, «Problemi della Transizione», n. 3, 1980. 23 Per i dati cfr. B arbera , Le Regio ni dieci anni dopo, «Democrazia e Diritto», n. 4, 1979.

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