Problemi della transizione 1980

Sviluppo economico e democrazia

porsi come forme attraverso cui le Regioni autoprogrammano la propria attività di erogazione di risorse finanziarie; 3) le ri sorse finanziarie sono rigidamente vincolate dal centro (basta no due esempi: su 1813 miliardi di previsioni di entrata nel bi lancio della Regione Emilia-Romagna, solo 215 miliardi sono affidati all ’ autonoma decisione di spesa della Regione stessa ma da ridurre a metà, dedotte le spese di funzionamento; i decreti di risanamento della finanza locale, vincolando la spesa degli Enti locali, ne hanno anche ridotto la possibilità stessa di auto finanziamento); 4) scade il potere legislativo regionale riducen dosi vieppiù a legislazione regolamentare e provvedimentale (anche per il concorso di controlli statali vessatori e soffocanti e di una legislazione nazionale minuta e invadente). Il problema di fondo su cui è impegnata la Regione Emilia- Romagna è allora di riuscire a ribaltare i punti a), b), c), prece- dentementi indicati; e cioè: 1) riuscire a intervenire, anziché con strumenti indiretti per la redistribuzione delle risorse pro dotte, con strumenti diretti per politiche finalizzate alla crea zione di risorse; riuscire, quindi, a intervenire sulle strutture produttive, sul processo di accumulazione e allocazione a risor se da produrre-, 2) assicurare una reale autonomia finanziaria, secondo il dettato costituzionale e nell ’ ambito delle linee della programmazione nazionale, anche attraverso una autonomia impositiva, per il tramite dei comuni, a tutto l ’ intero sistema re gionale (anche considerando i larghi margini di imposizioni an cora possibili nella nostra e in altre regioni); 3) privilegiare l ’ at tività di «governo» rispetto a quella di «amministrazione», at traverso il decentramento di funzioni amministrative agli enti locali e l ’ assunzione nei confronti degli stessi di un più robusto ruolo di programmazione. Sono tre condizioni, in breve, perché il sistema delle auto nomie locali si ponga come una leva per trasformare, per una incisiva riforma dello Stato e per un diverso tipo di sviluppo, e perché la programmazione regionale non sia solo il frutto della «regionalizzazione» della programmazione nazionale, ma sia quest ’ ultima invece la «sintesi» (e reale sintesi, non certo «som matoria») dei programmi regionali. In tal senso si sta muovendo la nostra Regione: attraverso i piani zonali in agricoltura, i piani per la salvaguardia delle ri sorse naturali e delle risorse idriche in particolare, i programmi di risparmio energetico e di ricerca di fonti energetiche alterna tive, la formazione di forza-lavoro qualificata attraverso i piani complessivi per la produzione di servizi pubblici e l ’ offerta di servizi reali alle imprese. L ’ esigenza di un più forte collegamento tra assetto produt tivo e assetto del territorio, in grado di superare la funzione «protettiva» e «redistributiva» dell ’ Ente regionale o locale, l ’ esigenza di far leva sulla regolazione della produzione rispetto alla manovra della domanda sta portando a un ripensamento, già i atto per altro, sia della metodologia seguita per diversi an ni in Emilia-Romagna (aspettare il dato e le compatibilità na zionali e poi programmare), sia degli strumenti di intervento. Riguardo a questi ultimi, si prende vieppiù coscienza della necessità: 1) di previlegiare i momenti promozionali (offerta dei fattori produttivi, assistenza tecnica ai produttori, forma zione professionale ecc.) e quindi di riconvertire in questo sen

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