Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nile (questo dato — lo riconosco — vago e sommario) che ap pare oggi profondamente diversa nel suo rapportarsi con il pas sato, nella formazione dei suoi strumenti conoscitivi e dei suoi stessi linguaggi nel suo atteggiarsi verso il lavoro, nei tempi e nelle letture della sua possibile professionalità, nel suo modo di intendere e agire nella storia, se è utile adoperare questa parola oggi così controversa. Non vale l ’ obiezione che questi fenomeni si manifestano oggi in modo più acuto ed esplosivo in società giunte ad un punto alto di «industrialismo», di uso della ragione scientifica, di sofisticatezza nella costruzione di strumenti di governo poli tico e sociale; e non mi lascerei fermare dalla considerazione che quindi tanta parte del mondo combatte tutt ’ ora ad altri li velli e su altri terreni. Anche sotto questo angolo non ci sono due società separate e impenetrabili l ’ una all ’ altra. Sia su scala internazionale sia su scala nazionale le metropoli danno dei concentrati, o — se si vuole — delle accumulazioni sintomati che, ma non stanno a sé, non galleggiano per aria. Sono punti cruciali di connessione sempre più fitte. Come, in che misura queste tendenze ad una ridefinizione ed espansione della «soggettività» hanno prodotto movimenti organizzati a carattere stabile, strategie politiche definite, colle gamenti pratici e correnti ideali, per cui si possa parlare dell ’ ap- parire sulla scena di nuovi «soggetti» politici e sociali? Sono questioni assai controverse, che richiedono — mi sembra — una conoscenza molto più concreta, fondata su analisi differen ziate. E tuttavia l ’ emergere di queste tendenze pone dei proble mi acuti non solo al movimento operaio in generale, ma alla nostra stessa tradizione comunista. In più sensi. Prima di tutto, è vero che il senso comune, la «dottrina» non scritta della nostra tradizione (ma a volte anche scritta) co sì come è stata vissuta da tanti militanti, da tanti di noi, ha teso a concepire l ’ emancipazione individuale, la liberazione nel campo del «privato», la conquista di un ’ etica nuova come una proiezione lineare e in qualche modo garantita dall ’ emancipa zione sociale e dalla partecipazione alla lotta per l ’ emancipazio ne sociale. E dobbiamo dirci che anche qui si è determinata una certa «doppiezza»: venivano tollerati e anche accettati istituti, parametri e comportamenti tipici della società capitalistica co me assetto provvisorio, come «morale» temporanea, che sareb bero stati sciolti e superati dal prodursi del mutamento sociale e strutturale. La rivoluzione morale e intellettuale, invocata da Gramsci, veniva a identificarsi e a risolversi nel fatto della con quista del potere. E questo ha determinato ritardi ed imprepa razioni anche rispetto a spazi che si aprivano e ad esigenze che irrompevano in conseguenza dell ’ avanzata stessa del movimen to operaio. E soprattutto, con tutti i limiti, gli errori, le oscillazioni che abbiamo visto, la domanda nuova di cui stiamo parlando non può essere ridotta — non certo in Italia, ma nemmeno al trove — ad un confuso coacervo di rivendicazioni particolari. Si tratta di una domanda che tocca punti costitutivi dell ’ assetto sociale, che non è perciò riducibile a spinte di «categoria», e che anzi percorre trasversalmente una molteplicità di gruppi sociali, anche opposti, e passa dentro formazioni politiche di verse. Parliamo dunque di fenomeni e processi che sono il con
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