Problemi della transizione 1980

Nuova «soggettività» e governo dello sviluppo

spostasse i confini delle nostre alleanze sociali. Ed era una stra tegia che mirava consapevolmente a utilizzare ciò che vi era di positivo nelle esperienze più avanzate compiute dalle correnti socialiste e socialdemocratiche dell ’ occidente europeo. Riten go che questo sia da sottolineare: uno degli aspetti innovatori e originali del togliattismo sta nel modo con cui aprire l ’ ispirazio ne, vorrei dire la «mentalità» terzinternazionalista, alle espe rienze politiche della sinistra democratica e socialista dell ’ Occi- dente, ricercando una sutura, un superamento reale, non «ideologico», delle rotture avvenute nel corso della prima guer ra mondiale e dopo. Ricordo scritti suoi assai nitidi (e anche amari) in cui ragionava sulle cause e sulle responsabilità del ria prirsi della rottura nel secondo dopoguerra. E stata — questa strategia — un tentativo di «compromes so» politico e sociale, nel senso della ricerca di un terreno di lotta al tempo stesso più avanzato e più «mediato», di una di slocazione progressiva e controllata delle forze in campo, di uno spostamento di poteri che evitasse, per reciproca conces sione, sbocchi «catastrofici»? Mi sembra di sì; e mi sembra ciò corrispondesse all ’ idea nuova che venivamo facendoci della transizione al socialismo, alla luce delle esperienze e degli svi luppi determinatisi a partire dagli anni Trenta. Direi che la riflessione sulla esperienza e sullo sviluppo emiliano in questi decenni rimanda fortemente a tali grandi questioni e ispirazioni. E iox:redo che le analisi e le discussioni svoltisi per il con vegno e nel convegno ci consentono di registrare la ricchezza di esiti, di sviluppi, di conquiste che questa strategia ha dato sia sul terreno dello sviluppo produttivo emiliano, che di conquiste sociali, di realizzazioni civili, di «qualità della vita»; e al tempo stesso però indicano la soglia a cui tali conquiste sono arrivate. La manovra su scala regionale e l ’ orientamento «politico» di determinate risorse disponibili, hanno il loro limite nella diffi coltà di influenzare la qualità dell ’ «offerta» e le scelte che carat terizzano lo sviluppo e i suoi obiettivi fondamentali. Qui si so no rivelati i confini e si è determinata una contraddizione con le domande nuove emergenti, su cui ragionavamo prima. E qui la difficoltà di incidere sul «tempo di lavoro» diventa difficoltà di incidere anche sul «tempo di vita», e si presenta il rischio di una separazione, di una mancata risposta alle nuove generazio ni. Dunque è partendo dalla nuova realtà, dalle contraddizio ni e spinte tipiche di questi decenni, che vediamo riproporsi la domanda: quali sono le vie per influire sulla formazione stessa delle risorse, e quindi non solo sui livelli quantitativi, ma sui fi ni stessi della produzione? E una tale determinazione e realizza zione di fini collettivi quali modificazioni delle gerarchie socia li, dei sistemi politici, dei criteri stessi con cui procedere alla va lutazione delle risorse richiede? Le stesse domande di nuova «soggettività» non possono sfuggire a questi nodi; se è vero che l ’ intervento nell ’ assetto produttivo non determina di per sé la risposta a tali domande, ma ha a che fare con essa e ne condi ziona tanta parte. Non intendo con ciò tornare a schematizzazioni «ipersta- talistiche», che risolvono la questione difficile della finalizza zione dello sviluppo in un concetto di «piano», visto come de

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