Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

terminazione globale dall ’ alto a tutti gli obiettivi della produ zione, e chiudono tale determinazione in un meccanismo auto- ritativo a forte centralizzazione. Parlo di una finalizzazione che si realizzi in una economia a carattere aperto e che non cancella il mercato, e che abbia tutta la flessibilità e processualità neces sarie non solo in rapporto alle variabili attive su scala interna zionale, ma anche in relazione alle conflittualità, alle tensioni, alle innovazioni che comporta un regime di democrazia parte cipata, quale noi lo domandiamo. Perciò non basta nemmeno sostituire alla parola «piano» la parola «programmazione», ma si tratta di pronunciarsi e schierarsi circa i soggetti e i conte nuti di una programmazione determinata, e quindi circa una strategia di cambiamento sociale e le sue forme. Bisogna sinceramente annotare un ritardo, per non dire un arresto di questo discorso, ritardo che non è un fatto «intellet tuale», ma rimanda ad uno scontro che ha segnato il triennio ’ 76- ’ 78, e di cui non si può evitare il bilancio. Come «Centro studi per la riforma dello Stato» insieme con il CESPE abbiamo avviato una ricerca sulla politica di pro grammazione, quale fu tentata in quel triennio dallo schiera mento di unità nazionale. Non è questo il luogo per riferire su conclusioni che ancora non sono compiute e che hanno biso gno ancora di verifiche e di elaborazioni. E tuttavia si può ac cennare alle questioni che stiamo affrontando e ad alcune pri me valutazioni. Prima di tutto: ci fu o no nel triennio un rilan cio di una politica di programmazione? E contenne o no una innovazione rispetto ai tentativi e agli indirizzi del passato, per esempio rispetto alle esperienze del centro-sinistra? Risponderei che innovazione c ’ è stata sia nella determina zione e sistemazione delle procedure atte a definire l ’ intervento pubblico nell ’ economia, sia nell ’ indicazione di politiche di set tore, che consentano di uscire dalla affermazione di esigenze generiche e di dare articolazione ad una strategia di program mazione. Insomma: si è cercato di uscire dalle dichiarazioni di intenzioni o mere formulazioni di previsioni a livello macroeco nomico, e di avvicinarsi al concreto, di dare una operatività al le dichiarazioni generali. Ma le scelte di procedura hanno spo stato le decisioni reali in una serie di organi dell ’ Esecutivo o di apparati amministrativi, nemmeno razionalmente coordinati tra di loro, con la conseguenza che gli indirizzi settoriali affer mati in sede parlamentare sono rimasti di fatto indicazioni astratte e i contenuti reali degli interventi pubblici hanno obbe dito a logiche proprie di quelle determinate sedi dell ’ ammini strazione e dell ’ Esecutivo in generale. Forse si può dire che si è allargato lo spettro degli organi di gestione delle risorse e degli incentivi, rompendo anche cristallizzazioni, lottizzazioni, ap parati di moderna clientela. Ma l ’ organizzazione del potere di decisione non ha modificato né il peso determinante esercitato dai centri di controllo della moneta, della manovra del credito, dell ’ esercizio concreto della pubblica amministrazione, né il rapporto tra questi centri e le logiche espresse dai grandi inte ressi privati. Tutto ciò in un contesto internazionale, che vede oggi logorati i sistemi di regolazione monetaria internazionale, messi in discussione drammaticamente equilibri e rapporti di forza fra Stati e blocchi, e allargata la penetrazione di concen trazioni multinazionali in aree nuove e sfere sempre più estese.

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