Problemi della transizione 1980

Nuova «soggettività» e governo dello sviluppo

In questo quadro, le difficoltà per così dire oggettive degli stru menti dello Stato-nazione si sono venute a saldare alla accelera zione dello scontro fra classi, Stati e poteri su scala mondiale. Io credo che solo guardando a questo orizzonte vasto e tormentato, noi possiamo valutare a pieno e apprezzare ciò che sono riuscite a dare politiche regionali avanzate come quella emiliana, e al tempo stesso cogliere chiaramente i limiti e i con fini da superare. Più in generale mi sembra che in tale orizzonte si può valu tare meglio — al termine di un decennio di esperienza — la no vità e potenzialità introdotta nel nostro Paese dalla istituzione delle Regioni, e l ’ ostacolo in cui essa si è imbattuta. Secondo me è da respingere una sottovalutazione di questa novità; e la conferma di questo giudizio io lo trovo proprio nell ’ analisi por tate al convegno, le quali dicono quanto l ’ istituto regionale ha contribuito — qui da voi — a sviluppare quella «manovra» del potere politico decentrato di cui parlavamo prima. Questo è un punto che va marcato, nel momento in cui stiamo andando an che a una verifica elettorale del giudizio sul decentramento sta tale realizzato con le Regioni; e io penso che noi dobbiamo combattere nettamente valutazioni superficiali, che non vanno a vedere da vicino, e in modo differenziato, come ha giocato, e su quali terreni, e con quale incidenza la presenza dei Consigli regionali. Nulla mi sembra più vuoto, e in definitiva più acriti co, di una posizione di generica negazione, che cancelli le mo dificazioni'avvenute nella gestione — da parte delle Regioni — di risorse non piccole, e quindi nei rapporti con un arco di gruppi sociali, e nella formazione di esperienze, di culture, di competenze, in campi e terreni, che prima erano caccia riserva ta di apparati oligarchici e oggetto di occhiuto ed esclusivo con trollo da parte del sistema di potere democristiano. È sciocco e infecondo mettere in ombra queste cose. Ma è vero che l ’ intervento dell ’ istituto regionale, anche nei punti più alti, ha inciso dentro il modello di sviluppo in atto e non è riuscito a sviluppare una pressione per modificarne i ca ratteri fondamentali. Forse qui è da riesaminare (penso a certe ricerche di Barbera) l ’ andamento stesso della battaglia dello schieramento autonomistico e regionalista, quale si è sviluppa to nell ’ ultimo ventennio da noi, per coglierne la curva e le de bolezze, e vedere se non c ’ è stato un ripiegamento e un restrin gimento della iniziativa e della pressione per una riforma del si stema politico in generale. Ripiegamento sia sul terreno pratico immediato, nel senso di una rinuncia a pesare sulle determina zioni centrali del bilancio statale e della politica economica na zionale (ripiegando, appunto, sulla contrattazione di ciascuna regione per proprio conto e non con le assemblee legislative centrali e con l ’ Esecutivo in quanto tale, ma con «spezzoni» dell ’ Esecutivo, con singoli ministeri e apparati pubblici), sia nel senso di un impallidimento accelerato della battaglia autono mistica e regionalista per un rinnovamento e sviluppo delle isti tuzioni democratiche (e qui ricordo i nodi non affrontati: la ca pacità del Parlamento di programmare i suoi lavori, di cono scere e di controllare punti essenziali dell ’ intervento pubblico, e quindi di elaborare una strategia della programmazione; la rea lizzazione — per così dire — del potere legislativo, definendo competenze, sedi e tipo di leggi; la definizione di una collegiali

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