Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
tà e corresponsabilità del governo in modo da avere un «orga no» effettivo di direzione politica e un interlocutore definito; la riforma e ristrutturazione di fondamentali apparati di gestione; la connessione con le strutture di decisione comunitarie che de finiscono ormai un quadro istituzionale sovranazionale per tanti aspetti decisivi e incontrollato). Era possibile, ed è possi bile per le istituzioni e per le politiche regionali andare oltre il limite che ne ha chiuso l ’ azione dentro il quadro dell ’ attuale modello di sviluppo, senza misurarsi con questi obiettivi e svi luppare la lotta su di essi? E quali conseguenze ha avuto ed ha tutt ’ ora un ripiegamento su questo fronte essenziale? Del resto, ecco una verifica che viene da tutt ’ altra angola zione: dai nodi che si trova oggi di fronte il sindacato. Anche in questo caso, è possibile assumere e gestire una politica di inter vento sullo sviluppo, che ne voglia investire i caratteri, le quali tà, senza darsi una politica istituzionale e aprire un fronte su di essa, per ridefinire concretamente, e sia pure progressivamente, i nessi e i rapporti tra assetto produttivo, Stato, sistema politi co? Penso alla proposta della CGIL circa i «piani di impresa»; penso alla portata non solo specifica di una tale proposta, ma ciò che essa vuole dire circa un sistema di conoscenze, di infor mazione diffusa, di confronto reale, indispensabile per rendere possibile ed effettiva una dialettica democratica all ’ interno di una strategia di programmazione ed esplicitarne il potenziale creativo, innovativo, antiburocratico. Ma una tale proposta ri schia di restare appesa per aria, se non cerca una sponda più vasta, se non si collega ad una trasparenza delle sedi pubbliche, ad una democraticità, ad una nuova razionalità delle decisioni centrali. Non voglio rimandare a formulazioni di «modelli» a tavolino, per quanto ci siano momenti di progettazione e di confronto fra progetti cha hanno la loro motivazione e valore. Alludo, anche in questo caso, a punti, questioni, su cui sono aperte — e a volte drammaticamente dinanzi a noi — scontri acuti, a proposito dei quali rischiano di passare soluzioni oc culte, o coperte, che spostano e modificano cose importanti, a volte sotto l ’ apparenza del «non governo»: l ’ assetto del sistema creditizio; la dotazione, la funzione, l ’ organizzazione delle Par tecipazioni statali; la sorte della Cassa del Mezzogiorno; la fun zione e la riorganizzazione dell ’ impiego pubblico; l ’ avvenire di centri fondamentali di ricerca scientifica. E ancora, se non vo gliamo separare economia e politica, sviluppo e sistema di va lori, sistema produttivo e grandi corpi di riproduzione sociale: il modo con cui esce dalla crisi che sta tempestosamente inve stendo il corpo della giustizia modificandone e dislocandone i quadri, e riclassificandone il rapporto con le istituzioni rappre sentative e il sistema politico generale. Non è su questo fronte che si dà una delle risposte fondamentali al terrorismo, e alla mutazione che questo terrorismo tenta di determinare nella concezione stessa della politica, e quindi nella cosiddetta costi tuzione materiale, nella scala dei valori, nel modo di intendere la convivenza? Io insisto nel sottolineare il collegamento stretto tra una strategia della programmazione che incida sul tipo di sviluppo e la domanda che vediamo emergere dai movimenti femminili e giovanili. La ricerca di una nuova «soggettività»; l ’ aspirazione ad una creatività individuale; la tendenza ad una mobilità e
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