Problemi della transizione 1980

Una nuova questione sociale

me alla indicazione di «contropoteri» non mai chiaramente precisati, sono emerse proposte di stampo maggioritario e presidenzialista. Si è parlato negli anni scorsi di ircocervi e di centauri; si potrebbe dire che ad essi si è ag giunto un ippogrifo perennemente incerto tra il volo in cerca dell ’ araba fenice e l ’ esercizio pedestre della cavalcatura. Al di là delle anti nomìe irrisolte sul piano teorico, non esito co munque a sostenere che queste posizioni han no qualcosa da insegnarci. Il liberalsocialismo ha teso infatti a fornire risposte alla crisi di le gittimazione politica prodotta dalla crisi dello Stato sociale. Le sue antinomìe teoriche ripro ducono, cioè, antinomìe reali presenti nei pro cessi culturali di massa entro le quali la nostra proposta non è riuscita a sufficienza a penetra re. Se pare non fondato sostenere una colloca zione nel polo «consociativo» della concezione che il PCI ha della democrazia, non c ’ è dubbio — lo abbiamo riconosciuto — che elementi di organicismo e di formalismo sono stati presen ti nella nostra azione per la riforma dello Stato e che le nostre proposte — in primo luogo l ’ «austerità» — pur provenendo da analisi cor rette e tuttora valide, sono apparse speculari ad una etica meramente produttivistica, ad una visione quantitativa dello sviluppo. Ora, se il cardine della diversità emiliana è un peculiare rapporto tra sviluppo economico e sviluppo della democrazia, se entro questo rapporto subalternità e differenza-anticipa zione hanno convissuto, quali compiti ci si presentano oggi, quando la crisi nazionale ha comunque proposto per l ’ esperienza emiliana una fase di «movimento», con nuove difficol tà? L ’ azione di governo ha di fronte a sè in Emilia-Romagna un nodo direttamente nazio nale. Se nella crisi di governabilità dello Stato sociale il tramonto della fase storica della cre scita quantitativa illimitata, della prosperità senza confini, deve far fronte ad una socializ zazione senza precedenti delle forze produtti ve, è legittimo chiedersi se non siamo di fronte ad una «nuova questione sociale». Questa for mulazione si presenta più rigorosa e feconda di altre che, o attraverso la individuazione di una «seconda società» oppure con l ’ esaltazione della «emarginazione», mi pare si siano limita 179

Si tratta, cioè, di posizioni che non riescono ad uscire da quella sorta di dualismo irrisolto che è proprio delle scienze sociali per il quale si oscilla tra un polo teorico integrazionista ed uno conflittuale, l ’ un polo chiamando sempre l ’ altro a completamento, magari implicito, di se stesso. Va comunque detto che il confronto con queste posizioni (così come peraltro con le scienze sociali) non può limitarsi alla critica della loro intima coerenza, alla ricerca del gra do di errore. La critica deve saper cogliere il quanto di «verità» che esse tendono ad espri mere, al di là della loro formulazione letterale, con la loro stessa esistenza e diffusione. Interessante a questo proposito è lo schema binario democrazia consociativa/democrazia conflittuale con il quale un risorgente liberal socialismo ha tentato di alimentare la critica della centralità della questione comunista e che ha costituito il vero sostrato ideologico del Convegno regionale del PSI su «Progetto so cialista e modello emiliano». Questo schema è in tutta evidenza addossato al dualismo più so pra ricordato; l ’ elogio della complessità che sottende le tesi della democrazia conflittuale è null ’ altro che la acritica valorizzazione del da to empirico offerto dalla crisi moderna della politica, dalla crisi del terreno di mediazione dei conflitti rappresentato dallo Stato assisten ziale. Una complessità inindagata, sulla quale si innesta una istanza «sociale», viene così ibri damente coniugata con il miraggio neolibera le. Lo schema, sul piano teorico, è quindi strutturato su una corrispondenza/opposi zione in realtà istituita a priori. Esso ricorda gli indirizzi più recenti — e discussi — della ri cerca sociologica di scuola funzionalista, in particolare gli studi di sociologia del diritto di Luhmann. In essi, infatti, ad una complessità che è proporzione tra possibilità e realtà corri sponde, alla fine, l ’ esteriorità inconoscibile, anche se laicamente necessitata, di una forma lizzazione dogmatica dell ’ ordine 1 . L ’ esaltazione di un conflitto storicamente indifferenziato, come valore in sè, e per sè, co stringe insomma a recuperare ciò che in realtà è un «a priori» più o meno conscio: lo Stato. Non a caso, sul piano delle riforme istituzio nali, dell ’ area culturale liberalsocialista, assie 1 N. L uhmann - Rechtssoziologie-, trad. it. Sociologia del diritto, Bari 1977.

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