Problemi della transizione 1980
Una nuova questione sociale
là del suo velleitarismo letterale, essa può con tribuire a far sì che le potenzialità di trasfor mazione presenti entro la «nuova questione sociale» vengano distorte e deviate. In Italia la situazione, per certi aspetti più grave, è però più aperta che altrove. Anche in Italia, comunque, la crisi della programmazione, il rilancio, anche se meno enfatizzato, del neoliberismo, l ’ indebolimento della riforma dello Stato, sono dati della situa zione che, assieme a quelli più propriamente politici, rendono difficile il rilancio della tra sformazione. La possibilità di operare questo rilancio credo dipenderà in gran parte da una capacità di fare emergere una chiara finalizza zione delle proposte di governo che riesca a proporsi in modo convincente — e quindi con creto — come riferimento della potenziale do manda di qualificazione dello sviluppo. Ecco, mi pare, il nucleo di un possibile più diretto ruolo nazionale dell ’ Emilia-Romagna. La corrispondenza società-istituzione che qui già esiste (il cardine della diversità emilia na) è un punto di forza anche perché ha già fatto emergere i problemi di qualificazione, anche se non ancora districati dall ’ egemonia nazionale di una visione lineare ed acquisitiva del progresso. Alla qualificazione hanno del resto puntato e puntano le politiche proposte dalla recente esperienza di programmazione regionale. Non si tratta di separare meccanicamente la qualità dalla quantità. Penso invece che il pro blema centrale del futuro sia rappresentato dal rapporto tra le politiche di qualificazione e l ’ organizzazione della vita democratica, nel senso più ampio, della Regione. Una program mazione che si proponga di condizionare l ’ ac cumulazione collegandosi a nuove forme di democrazia industriale (le famose prime parti dei contratti); un modello non statalistico di rapporto tra pubblico e privato; una capacità delle politiche settoriali di promuovere (e di fondarsi su) l ’ autorganizzazione dei soggetti sociali; una capacità di ampliare le basi della vita associata coinvolgendo i soggetti «nuovi» che, se sono in realtà poco nuovi, sono altresì i portatori della nuova rilevanza dei temi di li berazione dell ’ individuo (donne, giovani, an ziani); il coinvolgimento, nella definizione del le politiche, di un arco di soggetti che vada ol tre il novero di quelli funzionalmente interes sati. Queste, in estrema sintesi, alcune somma rie indicazioni di terreni di lavoro. C ’ è, per procedere in questa direzione, una operazione da condurre sulla vita culturale della società
regionale? Io credo di sì. Uno degli aspetti dell ’ ambivalenza dell ’ espe rienza emiliana consiste nella separazione che permane, ancora insufficientemente criticata, tra le istituzioni di produzione e trasmissione dell ’ alta cultura (Università, case editrici, ecc.) e la vita culturale della società regionale. Data la crescente integrazione tra cultura, comuni cazioni di massa e processi culturali di massa, possiamo dire che in Emilia-Romagna non an cora adeguata è l ’ iniziativa di lotta e di gover no tesa a condizionare il mercato culturale. Si tratta di un terreno di battaglia politica da as sumere pienamente; la nuova rilevanza politi ca dei bisogni culturali, del cosiddetto «tempo di vita», che emerge dalla «nuova questione sociale», il pericolo dell ’ affermarsi di una se parazione tra il tempo di lavoro e tempo di non lavoro, tutto ciò può gettare nelle braccia dell ’ industria culturale le tensioni nuove a fa vorire una involuzione moderata o disperata delle questioni proprie alla «qualità della vita». Non serve demonizzare l ’ industria cul turale. La manipolazione, l ’ appiattimento cul turale, la riduzione a quantità della qualità convivono, entro l ’ espansione delle comunica zioni di massa, con potenzialità di intervento critico-attivo che sono espressione dell ’ aspetto di socializzazione culturale che questa espan sione ha indotto. L ’ azione di governo della Regione e degli Enti locali si è mossa fino ad ora grosso modo lungo due direttrici: 1) una qualificazione dell ’ offerta culturale pubblica decentrata che si è incontrata con una domanda crescente, specie in alcuni setto ri (teatro, musica); 2) una promozione culturale che ha offerto fi nanziamenti e spazi ad espressioni culturali di varia astrazione. Sui risultati raggiunti lungo queste direzioni pare oggi possibile proporsi una più approfon dita elaborazione di politiche settoriali da inse rire entro una programmazione in campo cul turale che non veda il condizionamento del mercato solamente nell ’ espansione dell ’ offerta culturale pubblica. Il rilancio di un associazio nismo culturale con nuove ambizioni può esse re componente fondamentale di una program mazione che, senza ignorare o assalire frontal mente il mercato, promuova l ’ inserimento di soggetti tendenzialmente socializzanti entro il mercato stesso. Si agisce qui su uno dei tratti della diversità emiliana. La storia culturale della nostra re gione ha visto il consolidarsi di una grande ca 181
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