Problemi della transizione 1980
Mercato del lavoro e tessuto produttivo
indubbiamente interessante sulla quale mi sof fermerò più avanti. È indubbio, però che una malintesa inter pretazione della politica delle alleanze classe operaia-ceti medi, rischia di divenire fattore di dequalificazione del tessuto produttivo in quanto possa prevalere la difesa corporativa di interessi e, soprattutto, questo è il rischio più grave, la protezione di una miriade di imprese marginali e fuori mercato, che finiscono col penalizzare le imprese più valide. Alcuni esempi servono a chiarire meglio il concetto: — Industria delle costruzioni: i criteri di at tuazione del primo biennio del piano decenna le della casa o le tendenze in atto nell ’ elabora zione della Normativa Tecnica Regionale, non aiutano certamente un processo di qualifica zione del tessuto produttivo (maggiori dimen sioni aziendali, processi di industrializzazione, prefabbricazione); — Rete distributiva: la polverizzazione ec cessiva dei punti di vendita fa della nostra rete commerciale una delle più arretrate d ’ Italia (se si esclude il Mezzogiorno e poche altre Regio ni) e certamente non adeguata ad una regione che quanto a sviluppo economico, reddito pro-capite, tenore di vita è a livello delle più avanzate in campo comunitario europeo. Premesso che la spesa pubblica, l ’ orienta mento degli Enti Locali e della Regione porta no il merito della crescita di questo patrimonio inestimabile di piccole industrie, artigianato e cooperazione, dobbiamo chiederci se oggi non si richiedano, su questo terreno, scelte più avanzate e coraggiose, ed un intervento com binato delle pubbliche istituzioni, del sindaca to, della parte più sana del tessuto imprendito riale per combattere i fenomeni emergenti di decentramento patologico, di lavoro nero, di cottimismo, di evasione fiscale e contributiva in una parola, di degradazione del tessuto pro duttivo. Non stiamo forse cadendo da un eccesso all ’ altro? Dopo avere condiviso la scelta del giganti smo industriale e del taylorismo, per la verità non nella nostra regione, impostaci dal capita lismo (ad una grande fabbrica corrispondeva un grande sindacato) non stiamo correndo il rischio di fare la scelta del «Piccolo è bello»? E se non compiano questa scelta, siamo consapevoli della profonda evoluzione che gli anni ’ 80 comporteranno per il tessuto delle mi nori imprese dell ’ Emilia-Romagna? E come ci attrezziamo per affrontare questa novità?
Vorrei soffermarmi a questo proposito su due nodi che ritengo fondamentali: 1) Lo sviluppo ulteriore della cooperazione e dell ’ associazionismo economico tra imprese. Corrisponde alla prospettiva di rendere le im prese minori protagoniste dei processi di rifor ma, di ristrutturazione e di riqualificazione del tessuto produttivo e ad impedirne l ’ ulteriore emarginazione, l ’ espulsione o la mera soprav vivenza in posizione di difesa, la promozione della cooperazione tra imprese e dell ’ associa zionismo economico per gli acquisti di materie prime, la commercializzazione della produzio ne, la ristrutturazione della rete di vendita, l ’ acquisizione di commesse, il credito, la for mazione dei quadri, le innovazioni tecnologi che. Questa è la via per mantenere e rinsaldare le alleanze con il ceto medio produttivo, ma nel contempo, non frenare i problemi di tra sformazione e di avanzamento del nostro siste ma economico. 2) Una diversa maturazione culturale sui pro blemi dell ’ impresa e del mercato, collegati al grande tema della programmazione. Questa evoluzione che ritengo ormai indifferibile e matura, si scontra con alcuni nodi fondamen tali irrisolti: a) Prevalenza nel movimento operaio di una «cultura della produzione» e scarso rilievo alla «cultura della gestione»; b) una borghesia povera culturalmente, risul ta egemone perché in grado di dirigere l ’ impre sa e di cambiare i fattori della produzione a suo uso e consumo (significativo il saggio di Pietro Ottone «Come finirà?» a questo pro posito); c) un sufficiente livello di unità all ’ interno del la classe operaia tra operai e tecnici, tra operai e quadri intermedi). Si deve parlare nel rapporto operaio-quadro intermedio di politica delle alleanze? Può esistere un dirigente d ’ azienda (soprattut to in quella pubblica ed in quella cooperativa) che anziché essere il rappresentante del padro ne nel senso tradizionale del termine , sia Y« in tellettuale organico» che mette le proprie ri sorse e capacità al servizio del processo di emancipazione e progresso della classe ope raia? Il progetto politico-culturale di riaggregazione della classe operaia, credo che passi attraverso questi nodi, se consideriamo che un inevitabile sviluppo del terziario superiore genererà all ’ in terno della classe ulteriori stratificazioni e di versificazioni. I pericoli di isolamento della parte più dequali ficata dei lavoratori dal resto è un pericolo ve 185
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