Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ro e reale che tocca anche il sindacato. È necessario correggere eccessi di egualitari smo che, se hanno assolto ad una funzione im portante nel ’ 68, rompendo vecchie imposta zioni oggi significano: — deresponsabilizzazione; — mancante incentivazione alla professiona lità; — fuga dalla responsabilità; ed in alcuni casi cacciata, di fatto, fuori dai contratti di lavoro di sempre più ampi strati di lavoratori, a livello di qualificazione medio alti, che non sono più tutelati per la parte eco nomica dal contratto di lavoro e ciò accentua le divisioni e non certamente l ’ unità di classe; d) la partecipazione dei lavoratori alla gestio ne dell ’ impresa se non la vogliamo ridurre ad un rito privo di contenuti e di potere effettivo (e verificarne poi di conseguenza la caduta ver ticale} come può esprimersi al meglio senza il ruolo dei dirigenti d'azienda democratici? Come riuscire ad estendere la democrazia di base nella fabbrica se l ’ orientamento che ci guida è che comunque il dirigente (sia esso de mocratico, progressista, comunista ecc.) sia un avversario di classe? Il problema si sposta sul processo di formazio ne dei dirigenti considerando che V elemento umano per la prospettiva della imprenditoria dell ’ Emilia-Romagna per gli anni ’ 80 è una questione essenziale. La proposta che la cooperazione avanza alle piccole e medie industrie, all ’ artigianato, alle pubbliche istituzioni, all ’ Università ed agli Isti tuti di ricerca va proprio in questa direzione: la formazione di quadri dirigenti democratici per le esigenze di sviluppo qualitativo delle no stre imprese all ’ interno di una società di consu lenza direzionale ed organizzazione aziendale, su cui mi soffermerò più avanti. Se consideriamo che i soggetti promotori di queste iniziative in regioni come il Piemonte, la Lombardia, le Marche sono la Confindu- stria, la FIAT, l ’ Olivetti, le Banche, assieme all ’ Università, ci rendiamo conto della carica innovativa di una proposta del genere nella nostra regione ed anche dei ritardi con i quali affrontiamo questo disegno. Ciò è tanto più grave se consideriamo la pe culiarità e diversità del nostro tessuto produt tivo ed imprenditoriale, che non trova risposta nel tipo di formazione ed esperienza del Pie monte e della Lombardia, di cui giorno per giorno stiamo diventando tributari. La formazione della Scuola Amministrativa dell ’ università di Torino e della Scuola di Di
rezione Aziendale dell ’ università Bocconi di Milano, sono congeniali alla conservazione e, possibilmente, alla restaurazione di assetti di potere ormai improponibili e comunque sem pre al mantenimento della classe operaia in posizione subordinata e non protagonista. Inoltre il dirigente viene formato per gestire l ’ azienda e non certamente per innovarla (que sto è un compito che semmai il padrone riserva per sè in ultima analisi). E il nostro progetto? Esso corrisponde alla esigenza della classe operaia di appropriarsi dei meccanismi e dei processi di accumulazio ne, del come, cosa e perché produrre, di espri mere una «cultura di governo» avendo una guida teorica, culturale e gestionale all ’ interno delle imprese e fuori. Il nostro progetto deve essere rivolto dun que alla formazione di quadri dirigenti, ad una conoscenza dei meccanismi di funzionamento dell ’ impresa, all ’ estendersi di una vera e pro pria «cultura della gestione aziendale». Tra le principali cause interne della crisi economica italiana va senz ’ altro annoverata una profonda carenza di cultura industriale. Il fallimento della programmazione econo mica, lo sfaldamento del sistema delle imprese pubbliche, la profonda crisi di interi settori in dustriali, l ’ incapacità di tenere sotto controllo i cicli congiunturali, la difficoltà incontrata dal sindacato ad assumere un ruolo non puramen te rivendicativo, l ’ acuirsi del divario tra Nord e Sud dimostrano appieno come il processo di sviluppo economico italiano sia avvenuto tra improvvisazioni ed intuizioni. Troppo spesso nella politica economica e nella conduzione delle imprese hanno trovato spazio logiche di storcenti che vanno dal clientelismo alle lotte di potere, dalla difficoltà a recepire metodi e tecnologie più moderne e razionali all ’ incapa cità ad operare scelte coerenti ma impopolari. Lo stesso impetuoso sviluppo delle piccola e media impresa nasce più da uno spregiudicato utilizzo dei fattori produttivi e dall ’ intuito e dalla fantasia dei singoli imprenditori, piutto sto che da un razionale utilizzo delle risorse e dalla corretta applicazione delle tecniche di ge stione delle imprese e dell ’ economia. L ’ arretra tezza delle strutture universitarie e la margina lità della ricerca scientifica tecnologica sono ulteriori dimostrazioni del prevalere dello spontaneismo disordinato sullo sviluppo pro grammato nel processo di evoluzione delle strutture economiche e nella formazione tecni ca e culturale di imprenditori e dirigenti. Lo stesso movimento cooperativo ha regi
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