Problemi della transizione 1980

Politica e scienza delle decisioni

molti versi ancora fecondo. Difficoltà tutte connesse all ’ asim metria esistente, per usare le parole dello stesso Simon, tra i «li miti empirici della razionalità umana» e la «complessità del mondo». Bisogna ammettere però che gli sforzi intrapresi per accor ciare le distanze tra queste due contrapposte realtà non hanno avuto successo finora. Sono state sviluppate, certo, delle tecni che molto sofisticate per fronteggiare problemi di alta comples sità — si pensi, ad esempio, a quelli relativi al controllo dei si stemi aerospaziali e dei sistemi biomedici — ma non si è riusci ti, nonostante tutto, a tenere il passo con la formidabile, mon tante marea della complessità del mondo sociale. Anzi, la ra zionalità, per così dire, perde sempre più terreno di fronte alla complessità. Ma a questo punto occorre chiedersi: che fare? Alcuni ri spondono: nulla, in quanto intervenire significherebbe compli care ulteriormente le cose. In pratica si lascia andare a ruota li bera il crescente processo di in-intellegibilità del mondo, ab bandonando il campo a coloro che da tale in-intellegibilità han no sempre tratto profitto. Profitto in senso proprio, cioè ap propriazione indebita della forza lavoro. Ma anche profitto in senso di potere. Perché sia chiaro: l ’ arte di governare contro gli uomini è sempre stata l ’ arte di governare l ’ in-intellegibilità. Detto altrimenti: saper pescare nelle acque torbide — e quanto più torbide, tanto meglio — è sempre stata una destrezza del potere repressivo. Va detto però che non tutti assumono un atteggiamento di rifiuto di ogni strategia decisionale. C ’ è anche chi aderisce ad una strategia «hobbesiana», di vecchio e di nuovo stampo. Penso soprattutto a coloro che sono convinti che ai fenomeni di ingovernabilità si debba dare una risposta di tipo autoritario. Secondo questa ottica, l ’ unico modo per ridurre la complessità è di disporre di una chiara centralità del comando sociale. Ecco perché il mio tema, in ultima analisi, riguarda il rap porto tra complessità e democrazia: tema cruciale, come si sa, per ogni prassi politica, anche per quella (o principalmente per quella) finalizzata alla trasformazione dell ’ attuale assetto socie tario. Per ovvie esigenze di brevità, le mie riflessioni in questa se de saranno frammentarie e pertanto poco o nulla sistematiche. Il che può sembrare paradossale, se si pensa alla natura dell ’ ar gomento. Ma la contraddizione è solo apparente: come si ve drà, l ’ approccio «sistematico» non sempre coincide con l ’ ap proccio «sistemico» 6 . Talvolta addirittura si escludono a vicen da. E non è tutto: le nostre saranno necessariamente riflessioni non conclusive. Per un semplice motivo: che gli sviluppi di cui voglio occuparmi — i più recenti sviluppi della ricerca sistemi ca — sono ancora in pieno svolgimento, e sarebbe assai incauto azzardare delle valutazioni «definitive» al riguardo. Purtroppo

1932, p. 9 (tr. it. a cura di E. Pocar, La Nuova Italia, Firenze 1967 4 ). Ve dasi anche sull ’ argomento: G. M i cheli , La critica dell ’ «esprit de systè me» e l ’ ideale enciclopedico del sape re, in L. G eymonat , Storia del pen siero filosofico e scientifico, Garzan-

6 Questa distinzione non è molto di versa da quella tanto cara al pensiero illuminista del secolo XVIII: la con trapposizione tra «esprit systémati- que» e «esprit de système». Cfr. E. C assirer , Die Philosophie der Auf- klàrung, J.B.C. Mohr, Tiibingen

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