Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
miscuità, parziale o totale, dei rispettivi processi. Questo pone la RS di fronte a questioni che non hanno ancora avuto una ri sposta soddisfacente. La vecchia strategia d ’ attacco per ridurre la complessità è stata sempre quella di scomporre i sistemi in sottosistemi più operabili. Tale strategia, che continua a dare eccellenti risultati a molti livelli, si sta dimostrando poco ade guata in un numero sempre più ampio di casi. Molti sistemi non si lasciano infatti scomporre, in quanto la fusione di pro cessi provenienti da sistemi diversi rende l ’ intervento pratica- mente impossibile. Questi fenomeni di fusione sono chiamati oggi di «turbo lenza sistemica». Come è ovvio, la nozione di turbolenza viene mutuata dalla idrodinamica, dove lo studio dei regimi di cor renti dei liquidi è il compito fondamentale. Dopo la termodina mica, anche l ’ idrodinamica dunque si dimostra ora una fonte di analogie di grande utilità per la RS. Nell ’ ambito della RS, la nozione di turbolenza viene usata per la prima volta, se non erriamo, da F.E. Emery e E.L. Trist 60 . Seguendo la traccia degli psicologi E.C. Tolman e F. Brunswik, questi autori cercano di descrivere i fenomeni di ele vatissima complessità, che chiamano appunto fenomeni appar tenenti ai «campi turbolenti» («turbolent fields»). Più tardi, lo stesso tentativo viene fatto da due studiosi svedesi, R. Axelson e L. Rosenberg 61 , che contribuiscono a impostare in termini as sai empirici lo studio dei fenomeni di turbolenza. Ma dato che la turbolenza è diventata, lo dicevamo prima, una caratteristica dei «macrosistemi», ossia di quelle configu razioni organizzative che assumono dimensioni spesso planeta rie, è ovvio che le questioni connesse a tali configurazioni toc cano, direttamemte o indirettamente, gli interessi della «gover nabilità» nazionale ed internazionale. La natura «globale» del la turbolenza ha riproposto, in molti programmi della RS, la questione della possibilità (o meno) di sviluppare metodi globa li atti ad affrontare globalmente la turbolenza globale. Tutti i modelli globali, in particolare quelli promossi dal Club di Ro ma e da altre organizzazioni analoghe, si muovono in questa direzione. La tematica è stata anche ampiamente dibattuta nel campo socialista, soprattutto nell ’ URSS. In questo paese, la RS ha avuto uno sviluppo notevole negli ultimi trent ’ anni e il proble ma dei modelli globali è stato frequentemente esaminato anche dal punto di vista marxista. Di interesse, in questo senso, sono alcuni testi di D.M. Gvisiani. In uno di essi, Gvisiani, che è direttore dell ’ «Istituto di ricerca sistemica» dell ’ URSS, si con fronta criticamente con i principali modelli globali elaborati nei paesi capitalisti. Egli tratta soprattutto le difficili questioni me todologiche sollevate da tali modelli: la questione, ad esempio, della formalizzazione matematica di modelli che riguardano un «mondo reale» di simili complessità; la questione del rapporto tra modello globale e i titolari delle istanze decisionali; la que 60 F.E. E mery e E.L. T rist , Thè Turbulence, «Acta Sociologica», Causai Textures of Organizational XXII: 1 (1979), 45-62. Environments , «Human Relations», XVIII: 1 (febbraio 1965), 21-32.
61 R. A xelson e L. R osenberg , Decision-making and Organizational
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