Problemi della transizione 1980
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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ria finalizzata allo studio delle decisioni «razionali» dovesse apparire, per forza, astratta, chimerica. E per taluni, diciamolo pure, una sorta di ironia, di provocatoria impostura nei con fronti della cultura amministrativa vigente. C ’ era altrettanto d ’ aspettarsi che una siffatta teoria, come di consueto avviene da noi, non fosse respinta, ma solo mutata in un ’ altra teoria apparentemente simile. E cioè: al posto di una teoria sulla formazione scientifica delle decisioni, doveva su bentrarne un ’ altra che si occupasse pressoché dello stesso argo mento, ma con un approccio fortemente speculativo, con molte sottoassunzioni di valore e scarsi riferimenti alla realtà fattuale 63 . Così è purtroppo accaduto. Anche nel nostro paese, dun que, si teorizza ora sulla decisione. Ma concretamente, in quali termini? Il discorso viene impostato, di norma, solo su un argo mento: il rapporto che intercorre tra decisione e potere. E ov vio che si tratta di una questione di estrema importanza. Dopo tutto, decidere significa avere il potere — la «chance» avrebbe detto Weber — di rendere vincolanti le proprie decisioni. Tut tavia il problema non sta tanto nella legittimità teorica di tale tematica — che è ineccepibile — ma piuttosto nel credere che tutto l ’ universo decisionale possa essere affrontato in termini di un rapporto biunivoco tra decisione e potere. Ma ben di rado si verifica un rapporto biunivoco. Di solito, sono coinvolti, nello stesso circuito, molteplici decisioni e molteplici poteri. E il ri sultato, di nuovo, è complessità, e complessità turbolenta. A questo punto, emergono questioni di metodo. In parti colare quando la nostra ricerca è incentrata sul come decidere all ’ interno di tale circuito, e non soltanto sul come descrivere ciò che in esso accade. Possiamo dire, dunque, che la noncu ranza nei riguardi delle questioni di metodo relative all ’ espleta mento concreto delle decisioni, è tipica della versione discorsi va — cioè non operativa — della tematica decisionale. Ovvia mente, ci sono molteplici versioni discorsive. Tra queste, la più diffusa da noi è quella che si riallaccia all ’ indirizzo di pensiero noto come «decisionismo». Di norma, si fa risalire (un po ’ abusivamente) il decisioni smo a Hobbes, ma anche (ancora più abusivamente) a Machia
63 Dietro tali operazioni sostitutive, si scorge l ’ influenza della vecchia tra dizione culturale neo-idealista del paese, tradizione la cui egemonia — ancor oggi intatta — si fa sentire pure tramite interventi, come questo, che puntano a neutralizzare gli aspetti del pensiero scientifico più in flagrante contrasto con tale tradizione. Si ri propone così, e per l ’ ennesima volta, il problema altra tradizione cul turale, quella che è sempre stata sof focata in Italia. Per intenderci la tra dizione rappresentata nel passato da uomini come Peano, Enriques e Vai lati. È questo il punto che E. Garin chiama «il più caratteristico della cri si della cultura italiana del Novecen to» (E. G arin , La cultura italiana tra ’ 800 e ’ 900, Laterza, Bari 1976, p. 336). Cfr. sullo stesso argomento L. G eymonat , Paradossi e rivoluzioni,
Il Saggiatore, Milano 1979, special- mente la parte II, pp. 15 sgg.
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