Problemi della transizione 1980

Politica e scienza delle decisioni

velli. Per ciò che ci riguarda, preferiamo qui evocare solo la sue radici meno lontane. E tra queste, solo le due più rilevanti: l ’ in fluenza dei pensatori tedeschi che nei secoli XIX e XX si richia mano al vitalismo e aH ’ anti-razionalismo e l ’ influenza di un pensatore, anche tedesco, C. Schmitt, che è uno dei principali, se non il principale esponente dell ’ autoritarismo giuridico negli anni della Repubblica di Weimar e del nazismo 64 . Va sottolineato che la variante italiana del decisionismo ha una caratteristica molto bizzarra: si presenta, senza batti cuore, come espressione di una (nuova) cultura di sinistra. Di ciamo ‘ bizzarra ’ perché se c ’ è una cosa che, da sempre e dovun que, ha contraddistinto il decisionismo è stata la sua forte im pronta, per dirla in breve, «reazionaria». A ciò si può obietta re, e così viene fatto sovente, che questa è certo una, ma non l ’ unica, chiave di lettura del decisionismo. Ad esempio, dicono, uno Schmitt può essere visto anche come un «pensatore della cri si», giacché le grandi «idee-forza» della sua dottrina, la priorità della politica sul diritto, della decisione sulla norma, contribui rebbero a svelare la crisi giuridico-formale del capitalismo, e pertanto ad acutizzare le sue contraddizioni. E una logica che noi non condividiamo affatto. In questo modo si crea un «ali bi» per giustificare, e persino nobilitare, qualsiasi politica di destra — fascismo incluso 65 '. Inoltre, per rendere più credibile la presunta «svolta a sini stra» del decisionismo, si evocano gli elementi di novità del de cisionismo italiano. E si intende novità politica. Ma a dir il ve ro non c ’ è nulla nel nostro decisionismo di sinistra che non si ri trovi già nel tradizionale decisionismo di destra, in particolare in quello di Schmitt. Basta pensare all ’ « autonomia del politico». E non solo: molto spesso i seguaci del decisionismo italiano ricorrono ad argomenti che i rappresentanti del deci

64 Che il vitalismo e Tanti-raziona lismo, incisivamente presenti nella fi losofia tedesca dei secoli XIX e XX, abbiano contribuito alla nascita, di una «formidabile aggregazione ideo- logico-culturale reazionaria» credia mo sia ormai fatto indubitabile. Al proposito cfr. T. M aldonado (a cu ra di ), Tecw/ca e cultura - il dibattito tedesco fra Bismarck e Weimar, Fel trinelli, Milano 1979. Sull ’ influenza di Schmitt rimandiamo ai principali testi di questo pensatore: C. S chmitt , Die Diktatur (1927), Duncker und Humblot, Berlin 1978 (tr. it. con una introduzione di F. Va- lentini, Laterza, Bari 1975); Der Be- griff des Politischen (1932), Duncker und Humblot, Berlin 1963 (tr. it. nel la raccolta di scritti politologici (1922-1953) (a cura di G. Miglio e P. Schiera), presentazione di G. M i glio , Le categorie del 'politico', Il Mulino, Bologna 1972 (questa edi zione contiene una Premessa all'edi zione italiana (1971) di Schmitt, mol to importante per capire gli ultimi sviluppi del pensiero dell ’ autore, pp. 21 sgg.); Theorie des Partisanen (1963), Duncker und Humblot, Ber

lin 1975 (tr. it. di prossima pubblica zione per II Saggiatore, Milano). 65 Alla radice di tale filone argomen tativo c ’ è un particolare modo di in tendere il mestiere dello storico delle idee. Effettivamente, si verifica oggi la tendenza a supporre che «fare sto ria» significhi esclusivamente avanza re «trovate paradossali» sui protago nisti della storia. Non vogliamo sug gerire che la pratica di rovesciare i grandi stereotipi interpretativi della storia non sia talvolta feconda, ma l ’ abuso di tale pratica porta fatalmen te a credere (o far credere) che tutti i santi sono, in realtà, demoni e tutti i demoni, i realtà, santi.

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