Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

motivi che spingono gli individui l ’ uno contro l ’ altro, la volon tà generale perderà la maschera del terrore. Ma finché la vio lenza non avrà svolto interamente il suo compito, il rivoluzio nario dovrà rinunciare alla sua vita privata e subordinare i suoi pensieri, la sua volontà, i suoi affetti alla vittoria della causa. Non bisogna dimenticare quanto il coraggio, l ’ abnegazione, la grandezza d ’ animo di questi uomini, la loro unilaterale passio ne per l'universale abbiano promosso il movimento storico, aperto nuove possibilità, pur con tutta la loro inestricabile du rezza e spietatezza. Sorge una politica che esige concentrazione massima della volontà politica, misure tempestive, audaci e ra dicali, e una ragione deificata, solenne, maestosa, altera guida della rivoluzione. Una politica che assorbe ogni altro interesse e piega ogni sapere ai suoi scopi; una ragione che si presenta come fine immanente da realizzare nella storia. Un ’ altra strate gia per spiegare la contraddizione per cui bisogna costringere gli uomini ad essere liberi, razionali e felici è stata trovata nel sospetto-, complotti esterni ed interni bloccano la marcia, altri menti inesorabile, della rivoluzione; ognuno è corruttibile , in quanto è doloroso staccarsi dalla vecchia vita, possedere la de terminazione indispensabile alla vittoria. Perciò, se tutti posso no virtualmente essere traditori, il gruppo dirigente dovrà tra sformarsi in un nucleo di ferro, in un manipolo di incorruttibi li, sempre pronto a sacrificare quanti, al suo interno, per debo lezza o per impazienza, non sanno tenere il passo con gli eventi. La rivoluzione, appunto, divora i suoi figli. La patria è in peri colo, spie e traditori tramano nel buio la morte della rivoluzio ne: ecco uno scenario che si ripeterà anche in seguito con poche varianti e un metodo per mobilitare sino allo spasimo tutte le risorse umane disponibili. L ’ apatia politica è già un delitto, e dei più gravi. Il Terrore non è però violenza bruta, ma il neces sario complemento della ragione, di una ragione non certo di sarmata, in grado di sconfiggere oscurantismo e privilegio. Ca tegorie politiche tradizionalmente opposte si fondono così inti mamente nel modello giacobino: ragione e violenza, libertà e costruzione vengono unite nel «dispotismo della libertà». Sono questi esempi di una dialettica storica su cui verrà esercitata la riflessione teorica politica, così come sulle controfinalità che scaturirono dall ’ azione rivoluzionaria e condussero successiva mente al Termidoro, al Direttorio, al Consolato e all ’ impero, per giungere alla Restaurazione monarchica, che non costituì comunque un semplice ritorno all ’ ^wc/ew régime. Il secondo modello in crisi è quello storicistico, in senso la to e più o meno conservatore. Esso nasce in stretto rapporto e in antitesi con il modello giacobino, anzi proprio quando quest ’ ultimo era ancora alle sue primissime formulazioni. Le loro sorti sono quindi intrecciate sin dall ’ inizio. L ’ avvio delle Riflessioni è così in Burke il riconoscimento della razionalità dei movimenti pigri del corpo sociale. Solo ciò che è il lento prodotto della tradizione, del decantarsi della ragione nei co stumi e nelle abitudini è saggezza politica che agisce dal di den tro nei popoli e nelle istituzioni. Nel volgere dei secoli la tradi zione filtra una razionalità spontanea, una serie di assetti omeostatici che è pericolosissimo modificare con la violenza. La ragione che si irradia dal basso nelle pigre membra del cor po sociale è contrapposta dunque alla ragione che si irradia

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