Problemi della transizione 1980

La democrazia tra due modelli

dall ’ alto; la concretezza degli equilibri storici all ’ asfrattezz# delle modificazioni che si vogliono decretare intellettualistica mente (la successiva scissione fra intelletto astratto e ragione ha qui la sua culla); l ’ unità del «popolo» alla divisione fra avan guardie e masse. L'esistente ha le sue ragioni che la ragione gia cobina astratta non conosce e non vuol conoscere. Costumi, tradizioni, consuetudini sono una ragione vivente, che opera nel popolo. Si pone in rilievo non il progresso delle avanguar die, ma il passo del più lento, la «rivoluzione passiva» come maturità delle condizioni generali per il cambiamento. Ragio nevole è attendere che tutto il corpo sociale si muova, che an che chi governa non si distacchi troppo. Ragionevole è onorare le astuzie della storia, l ’ eterogenesi dei fini, per cui non tutto va nella direzione prevista e progettata e l ’ agire di tutti cambia il segno dell ’ agire di ciascuno. Il modello storicista complica util mente la realtà, mette in luce gli sbarramenti, i sentieri interrot ti, il carattere impervio, le deviazioni e le distorsioni del pre sunto progresso lineare giacobino. Qualora venga mantenuto, il progresso è una linea spezzata, un percorso pieno di pericoli di involuzione. La realtà è vista nei suoi elementi particolari, ir ripetibili, irriducibili a denominatori comuni, nelle sue conti nue modificazioni, impercettibili o brusche. Non bisogna an che qui dimenticare la grandiosa funzione svolta dallo storici smo (o dai vari storicismi) ne\V acclimatare la teoria e la politica ai mutamenti e alle differenze, nell ’ indicare la enorme mole di ostacoli e di situazioni locali, nell ’ aprire gli occhi ai dislivelli della realtà. La soggettività e l ’ esperienza politica si arricchisco no e si affinano nell ’ esame della diversità, nell ’ acume richiesto per trovare soluzioni particolari a problemi particolari. Irragio nevole ed astratto appare il tentativo di forzare i vincoli della realtà, con una violenza che non solo è inutile e dannosa ma anche controproducente. Il modello storicistico individua la nemesi, la controfinalità scatenata dal modello giacobino, la sua natura autodistruttiva. Ed illustra le contraddizioni insana bili che si originano dalla prima contraddizione, quella di er gersi a interpreti esterni degli interessi del popolo, degli oppres si, di costringere con la violenza gli altri ad essere quello che si pensa che debbano essere. Ne discende: a) che il processo stori co non si può accelerare, ché anzi bisogna rispettare i suoi ritmi interni, perché altrimenti è necessario ricorrere al terrore per controllare gli effetti indesiderati e affogarli in un mare di san gue; b) che la violenza non può rimanere un fenomeno transito rio, perché tende ad annidarsi nelle istituzioni e nei costumi, a inquinarli a tal punto che è difficilissimo poi eliminarla; c) che la separazione radicale tra gli interessi del singolo e l ’ interesse della collettività porta alla cancellazione di ogni energia ed im pegno individuali e all ’ abdicazione a un Leviatano onnipoten te, più tirannico dei despoti che ha rovesciato; d) che il sospetto avvelena la società e distrugge le stesse avanguardie e che i falli menti — come aveva ben visto Vincenzo Cuoco a proposito del 1799 napoletano — non sono dovuti solo ai complotti e ai Laz- zeri ma anche agli errori dei rivoluzionari, alla loro incompren sione della dinamica degli avvenimenti; e) che, infine, il terrore è il simbolo dell'impotenza, la maschera di sangue non della «virtù» ma dell ’ incapacità di dominare la contraddizione origi naria.

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