Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
2. Questi due modelli — è stato detto — si vanno lenta mente consumando. Tale affermazione può apparire strana, se non addirittura ovvia: non sono infatti trascorsi quasi duecento anni da quando essi si son cominciati a formare? E come non avrebbero dovuto deperire in un tempo così lungo? Il fatto è che non bisogna dare di essi una interpretazione restrittiva, an corata al periodo della Rivoluzione francese e delle sue «reazio ni». Occorre piuttosto concepirli come modelli forti e di lunga durata , che si sono nel tempo differenziati, arricchiti di espe rienza storica, incarnati nella mentalità, incessantemente rifor mulati, sino a diventare dei sistemi, dei quadri di intelligibilità dei fenomeni storici e politici. La loro persistente validità è, inoltre, legittimata da una situazione di fondo che ha costituito a lungo un referente oggettivo, ossia àa\V esistenza reale di un corpo sociale pigro e tendenzialmente inerte, di un insieme po litico poco differenziato e generalmente sottomesso ad autorità tradizionali e retrive. Il tramonto virtuale dei due modelli è ap punto legato — come cercherò di mostrare — al modificarsi qualitativo di questa base reale. Rispetto ad essa, l ’ atteggia mento ‘ giacobino ’ e quello ‘ storicistico ’ erano bensì diametral mente opposti, ma pur sempre condizionati dalla sua esistenza. I ‘ giacobini ’ pensavano semplicemente di smuovere questo gi gante inerte con l ’ energia concentrata e pungolante di pochi ri voluzionari, usando il terrore come strumento necessario di progresso; gli ‘ storicisti ’ , invece, ritenevano che si dovessero ri spettare i ritmi fisiologici della maturazione del corpo sociale, assecondando la sua crescita attraverso opportuni provvedi menti legislativi e tarando lo sviluppo su possibilità oggettive concrete e limitate. Ora, queste due opzioni in contrasto si so no spesso ripresentate anche nel nostro secolo, malgrado ogni differenza storica possibile. Il partito bolscevico non era costi tuito da élites di rivoluzionari di professione che avevano a che fare con sterminate masse di contadini analfabeti, torpide ad ogni mutamento, slavofile nel loro odio per la «scienza» e il «progresso» occidentali — guardati come veicolo di corruzio ne, opera del demonio — , legittimisticamente connesse allo za- rismo e alla chiesa ortodossa? E, dopo la breve parentesi dei so- viets e dell ’ epopea della guerra civile, il modello giacobino non si è imposto con sempre maggiore cogenza? Non ha dovuto Stalin ripercorrere le principali tappe dell ’ esperienza storica giacobina? Che altro sono l ’ industrializzazione forzata, lo ster minio dei kulaki, la deportazione delle minoranze etniche, il potenziamento della polizia segreta, il sospetto e le «purghe» se non corollari e lemmi di un più ampio modello giacobino? E lo stakanovismo, le gigantesche realizzazioni economiche, che al tro sono se non il risultato di un terrore voluto come medicina della storia, mezzo di avanzata, taglia mostruosa del progres so? D ’ altra parte, i modelli ‘ storicistici ’ di rivoluzione passiva sono serviti a mantenere e a puntellare il potere dei regimi più conservatori, a giustificare la sedicente impossibilità o indesi derabilità del marxismo. L ’ uso ideologico, in senso anti giacobino ed anti-socialista, del modello ‘ storicistico ’ o ha raf forzato il puro esistente o ha permesso un assorbimento senza scosse dei fattori di perturbazione. Nella sua espressione più al ta e teoricamente dignitosa, esso ha rappresentato in Italia, con Benedetto Croce, una struttura di rafforzamento dello Stato li
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