Problemi della transizione 1980
La democrazia tra due modelli
berale italiano, sorto dal Risorgimento, e dei suoi equilibri e avanzamenti compatibili con un assetto di «libertà». L ’ aspetto più orginale del partito comunista di Gramsci, e poi, con notevoli differenze, di Togliatti, è quello di aver inne stato il modello giacobino, nella sua versione leninista, nella tradizione dello storicismo, soprattutto crociano. Un ’ operazio ne politica e intellettuale di grandissimo rilievo e profondità, non di tipo sincretistico ma creativo, e ritagliata sulla nostra storia nazionale. Essa permetteva: 1) di legare le élites (poche migliaia di iscritti, nella clandestinità dopo l ’ Aventino e sino al la guerra di liberazione) alle masse uscite dalla rivoluzione pas siva fascista, di trasformare, dopo la «svolta di Salerno», un partito di quadri in un partito di massa che si preparava alla lunga guerra di posizione (un correttivo, questo, al modello giacobino); 2) di abbandonare progressivamente lo schema universalistico del socialismo staliniano in favore di una plura lità di vie nazionali, a seconda delle tradizioni storiche di cia scun paese, di saldare quindi la progettualità ‘ giacobina ’ della transizione al socialismo con la teoria ‘ storicistica ’ della «speci ficità» della situazione italiana; 3) di connettere le aristocrazie operaie del Nord alle masse contadine e legittimiste del Sud e delle Isole, intrecciando le punte avanzate dello sviluppo con le zone di ritardo storico-sociale e coinvolgendo nel processo an che le plebi meridionali, in precedenza considerate naturalmen te ostili; 4) di coniugare il socialismo alla democrazia, di accet tare cioè anche i ritardi, i vincoli posti dalla ‘ immaturità ’ popo lare (il fatto, ad esempio, che i ceti popolari votino per partiti che sono la negazione dei loro interessi, ma che monopolizzano la rappresentanza laica di una fede religiosa diffusa), di non co stringere quindi gli oppressi ad essere liberi, virtuosi e felici ma di tentare di convincerli con le lotte e gli argomenti, con la poli tica e le alleanze di classe, con l ’ egemonia culturale e morale, ad essere vicino al partito, per modificare insieme la realtà. Il consenso, accanto alla forza (per altro un concetto ormai poco tematizzato, ciò che crea spesso negli avversari il sospetto di «doppiezza»), diventa il terreno su cui si misura la progettuali tà e la desiderabilità del socialismo. Rimangono, tuttavia, zone d ’ ombra, nella teoria e nella pratica, proprio là dove i termini in conflitto, per quanto mediati, per quanto dialettizzati, non permettono una interpretazione perspicua di ciò che accade e generano oscillazioni perpetue, pendolari, da un polo all ’ altro del dilemma. Infatti: in che misura si deve ricorrere al consenso e in che misura alla «violenza rivoluzionaria»? In che misura si deve accettare la democrazia e mettere Lenin (e Marx?) in sof fitta e in che misura si deve mantenere il modello insurreziona le? In che misura si deve perseguire una via nazionale e nello stesso tempo mantenere rapporti internazionalistici privilegiati con il primo focolare del socialismo? E così via, giacché gli esempi non mancano. Si direbbe che oggi il partito comunista italiano si trovi dinanzi al compito urgente di mettere ordine fra queste alternative latenti e che tenti di risolverle allentando sempre più i legami con il ‘ modello giacobino ’ . Forse è proprio l ’ impostazione di fondo, l ’ assunzione irriflessa, pre-analitica, a non permettere altro che progressivi spostamenti d ’ accento ver so il modello storicistico, pur senza una abiura esplicita del mo dello giacobino.
37
Made with FlippingBook - Online catalogs