Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

3. Il problema è forse di uscire da questa altalena, di vede re le cose con occhi diversi, di partire da quelle modificazioni reali che sono rimaste fuori dall ’ orizzonte dei due modelli o del la loro combinazione oppure che sono state spiegate debolmen te mediante i suoi sistemi. O aggirate. Non che sia facile trova re alternative o che esse possano scaturire da proposte soltanto individuali. Certa è soltanto l ’ insoddisfazione che si prova di nanzi a schemi ormai obsoleti e la percezione che si potrebbe procedere diversamente; che segnali, spezzoni di teoria e di pratica politica diversa sono già in atto, nascosti talvolta dalla falsa credenza che siano riconducibili ai vecchi paradigmi. En trambi i modelli non hanno più il potere di ordinare concettual mente e realmente i fenomeni. Si impone una diversa linea stra tegica. Intanto domandiamoci: che cosa è cambiato? E scompar so, almeno nei paesi ‘ occidentali ’ , il corpo sociale come organi smo pigro, legittimista, ventre molle delle trasformazioni, opa cità alla ragione progettuale, entità da rimorchiare o da rispet tare nei suoi ritmi. Infatti, non solo esso è enormemente diffe renziato, alfabetizzato e acculturato ai moderni saperi, politi cizzato anche in senso rivoluzionario, ma si è manifestata in es so, negli ultimi decenni, una espansione senza precedenti delle soggettività prima subalterne. Ciò significa che ai precedenti protagonisti della vita politica e culturale si sono affiancati, con ruoli attivi anche se non sempre determinati, individui e gruppi che erano stati in passato tagliati fuori da ogni possibili tà di incidere sui processi politici e sociali. Le nuove soggettivi tà (le donne, i giovani, gli ‘ emarginati ’ , ma anche, perché no?, la classe operaia stessa), in un significato non metafisico, sono questi nuovi centri in cui si articola l ’ esperienza sociale e politi ca. Questa crescita di ulteriori soggetti che agiscono (e che pri ma erano soggetti semmai nel senso di sudditi, sottoposti) ini biscono sia la pratica giacobina di una mera imposizione dall ’ alto, sia il compatto e lento sviluppo del modello storicisti- co. La società si presenta piuttosto come un insieme di altissi ma complessità, disomogeneità e disgregazione, frastagliato e inquieto, diviso in una molteplicità — spesso interpretata sotto la categoria di «corporativismo» — di agenti e di interessi, dif ficile da governare e da capire, in cui sembra che si sia compiu to a ritroso il cammino del Leviatano e ciò che era stato unito dallo Stato moderno si disintegri e si ri-feudalizzi. La tradizio ne, il costume, le abitudini (cardini del modello storicistico) non hanno ormai che una permanenza limitata; sono troppo labili per servire di guida all ’ azione e per vedervi impresso il si gillo della razionalità. E, del resto, il corpo sociale è troppo frantumato e riottoso per obbedire a mobilitazioni unitarie di carattere giacobino. Anche il problema della razionalità sociale acquista ora un nuovo statuto, diverso dalla promozione di processi dall ’ alto o dall ’ attesa di cambiamenti dal basso, post festum. Il costume e la tradizione avevano selezionato, nei ceti popolari soprattutto, i doveri e le norme di condotta, avevano creato legami universali di solidarietà interna e di opposizione all ’ esterno. Il giacobinismo voleva cambiare tali norme e dove ri, renderli consapevoli e collegarli a un progetto generale di trasformazione della società. Oggi, almeno in apparenza, si di rebbe che le norme di condotta e i doveri si siano sfumati, non

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