Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Alla filosofia speculativa, che Marx accusava (con Feuer bach) di chiudersi nelle tautologie come una vergine sterile e di consegnarsi così ad insospettate apologie dell ’ empirica realtà da cui sprezzantemente intendeva prescindere nei suoi voli dia lettici, bisognava però trovare un successore. Feuerbach aveva parlato di una «nuova filosofia», ma non poteva bastare. Marx aveva invece annotato nel 1844 un nome nuovo parlando di una unica scienza positiva del mondo storico-sociale e del mon do naturale. Si trattava di fissarne i parametri sistematici. Ma il lavoro di Marx, come si sa, subì una strana vicenda e il suo fu ror antifilosofico lo sospinse nell ’ oceano senza sponde del Ca pitale, dal quale non doveva uscire. Oggi siamo in grado di dire che ciò sospinse Marx verso tecnicismi che avrebbero motivato stucchevoli e sterili slittamenti economistici dei commentatori. Se avemmo un ’ anatomia della società moderna, restammo però privi di quella fisiologia e di quella patologia che ci avrebbero completato il quadro aggiungendo, come chiedeva il giovane Lenin, allo scheletro economico anche la carne e il sangue della vita politica e intellettuale. Mancò tanto una teoria dello Stato quanto una teoria generale della cultura. Possiamo tranquillamente affermare, tuttavia, che le civet terie hegeliane di Marx e quelle, molto più numerose, dei mar xisti non hanno tolto valore alla originaria critica della filosofia speculativa se non agli occhi di chi continua a restare filosofo speculativo. Ma in questa categoria come non classificare anche marxi sti come Engels, che ritenta addirittura un catalogo hegeliano delle leggi dialettiche, o come Lukacs che esplicitamente le so vrappone alla scienza? D ’ altra parte, se così stanno le cose per sino per certi marxisti, come non capire il dramma profondo dei filosofi per i quali, a partire dalla fine del XIX secolo, si po ne essenzialmente il compito di rimuovere le macerie di una co struzione speculativa ormai in rovina? Se nessuno parla più di ridurre a scienza la filosofia, nessuno si azzarda più a parlare di una «nuova» filosofia: i nuovi filosofi del novecento (fino ai nouveaux philosophes) sono tutti neokantiani o neohegeliani, ivi compresi i neomarxisti. Il fatto nuovo, se mai, è che molti fi losofi sono diventati sociologi. Ma solo perché la sociologia ha riprodotto in sé molti difetti della vecchia filosofia, fallendo proprio quella costruzione di una conoscenza della società co me scienza che ancora Durkheim perseguiva. Filosofi e sociolo gi del XX secolo seguono i tre grandi padri della filosofia del novecento, i codificatori della crisi della filosofia e fondatori della filosofia della crisi: Dilthey, James e Bergson. Con Vlntro- duzione alle scienze dello spirito del 1883, Dilthey, esattamen te un secolo dopo i Prolegomeni ad ogni metafisica futura chiu de il discorso di Kant con una affermazione recisa: la peculiari tà delle scienze dello spirito starebbe nella individualità e irripe tibilità della vita interiore, di fronte a cui nessuna «regolarità» è possibile. Dunque le scienze dello spirito non possono costruirsi co me scienze: non ci sarà una metafisica capace di porsi come scienza ma una «filosofia della vita» nella quale morrà l ’ esprit de geometrie della sistematicità. Tuttavia le scienze particolari vanno sottraendo terreno al dominio di questa superstite filo sofia della vita. Proprio nel nostro secolo avremo l ’ ultimo gran

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