Problemi della transizione 1980

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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

ricerche concrete, i grandi discorsi sulle forme si essicano sem pre di più e la loro vuotezza diventa tanto più drammatica quanto più cresce l ’ imponenza dei problemi di merito e di con tenuto. La stanchezza per queste esercitazioni formalistiche è tale che non di rado è proprio il formalista che si decide al salto verso il primato dell ’ azione. Molto significativo è in proposito lo sbocco attualistico del neohegelismo. Quanto al primato dell ’ azione, esso mette capo ovviamen te al primato della politica. Si tratta di un primato che dura or mai da un secolo e che appare segnato da almeno tre punti di ri ferimento: a) l ’ autarchia della politica rispetto alla conoscenza teorico-scientifica, b) la preminenza del potere sulla cultura, c) la mancanza di spessore progettuale della politica. L ’ autarchia della politica comporta una sorta di extraterritorialità della po litica rispetto alla conoscenza teorico-sistematica: la politica sarebbe infatti il solo territorio su cui la conoscenza è impossi bile o viene dopo e deve mettersi al servizio dell ’ azione. Da que sta concezione deriva l ’ ormai troppo vasta gamma di «culture di partito» per le quali, come per qualsiasi funzionalista e prag matista, la cultura è soltanto un supporto dell ’ azione politica. Qui constatiamo un altro singolare incontro tra cultura ufficia le e apparente alternativismo di certe culture politiche subalter ne. Così la teoria dell ’ ideologia consisterebbe puramente e sem plicemente nel denegare qualsiasi spazio al problema della veri tà («tutto è ideologia») e nel ridurre la conoscenza a sociologia della conoscenza («l ’ ideologia è tutto»). Importante non è co noscere, ma chi conosce. La verità si frantuma in un pulviscolo di verità multiple magari raccolte nel grande diagramma delle due culture: la cultura borghese e la cultura operaia. Su questa linea la teoria delle classi, che Marx non riuscì a mettere a pun to teoricamente come attesta l ’ ultimo e incompleto capitolo del Capitale, sarebbe invece una certezza di partenza. I risultati so no spaventosi, però. Non si capisce più la distinzione fra vivere e pensare, fra origine sociale e carriera intellettuale, fra passivi tà dell ’ ambiente e creatività soggettiva. D ’ altra parte la rincorsa della cultura operaia porta incredibilmente lontano: verso il re vival del folk plebeo, verso la riscoperta dei proverbi contadini, magari verso l ’ attribuzione di valori culturali e scientifici alla stregoneria e alla magia, verso l ’ invenzione di valori nella cul tura della barbarie e nei riti del cannibale. Anche qui è chiaro che la negazione della teoreticità del sapere mette capo alla di struzione di ogni tavola di valori e al relativismo più completo. Che differenza c ’ è, nella sostanza, dalla teoria ufficiale che sospinge la cultura verso il ruolo subalterno di valvola riequili bratrice del sistema sociale e politico assegnato dal potere costi tuito? Che tutto sia detto in nome di una nuova classe servirà a poco e niente: forse a dare l ’ illusione di risolvere i problemi di dinamica sociale che lo struttural-funzionalismo e la sociologia ufficiale costringono nella statica. Ma c ’ è anche una dinamica all ’ indietro. Chi ha detto che da questi convergenti barbarismi intellettuali non possa scaturire una regressione storica? Stava già per accadere, del resto, che nell ’ Europa di Galilei, Shake speare, Cartesio, Beethoven vincesse il nuovo ordine dei forni crematori. Anche allora, si noti, imperversava il primato della politica nella doppia e combinata variante del primato del par tito e del primato dello Stato. La preminenza dell ’ azione servì

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