Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

lo per distruggersi, si compie solo per disfarsi e naufragare. La forma è prigione e liberazione a un tempo, ma proprio questo suo modo di essere porta il teatro al di fuori di sé, della sua lo gica rappresentativa come logica dell ’ identità. Lo straniarsi dell ’ autore nei suoi personaggi, espresso dall ’ ipotesi di una scrittura che scrive se stessa, costituisce l ’ esito decisivo di un teatro che spezzando la logica dell ’ identità e del soggetto, le ca tegorie della forma drammatica,sembra quasi voler uscire da sé. La dialettica distruttiva vita-forma è solo un modo inade guato per significare la figura di una scrittura totale che vive so lo a patto di perdersi, trasferendo nella negatività della rifles sione il suo segreto centro di gravità. In questa direzione il tea tro, anziché luogo dell ’ evento, diventa il luogo della non-mai- compiuta perfettibilità dell ’ evento, il luogo àetfimperfectum, del movimento incessante della riflessione che si scinde in se stessa, divorando la vita e lasciandosi divorare. Ombra e cor po, dunque, di questa scrittura sono i contrari equilibri dell ’ in- dicibilità del vissuto e della sua effimera autoespressione. Se è possibile ipotizzare un substrato nichilista nella conce zione pirandelliana dell ’ umorismo, credo che questo sia affer rabile alla luce di un ’ antinomia. È quella affermata da Michel- staedter in questi termini: «Il mondo c ’ è — scrive Michelstaed- ter — perché c ’ è, come io ci sono perché ci sono, e perché io ci sono il mondo è per me. Non è una cosa da dirsi, il mondo, ma da viversi. — Ma s ’ io pur ci sono e dico di più cose che io non viva, ogni volta in ognuna di esse si ripete l ’ illusione elementare del mio essere, che sono qui soltanto perché non sono altrove; e come per me è il mondo, così ora in ogni punto dove io abbia fisso lo sguardo senza vita, quella cosa non sarà solo essa vera per me in quel punto, in quell ’ attimo, in quel modo che alla mia vita sia necessario; ma essa sarà un mondo per sé; non una cosa da viversi ma da dirsi. Una cosa perché c ’ è, è anche così com ’ è: un ’ entelechia è in rapporto a un ’ entelechia» 39 . Il mondo come cosa non da dirsi, ma da viversi, corrispon de all ’ adesione vitale che non sa di sé e quindi non sa dirsi. È questa, per Michelstaedter, l ’ «illusione elementare del mio es sere», a cui si avvicina quello stato che Pirandello chiama «vi vere per vivere, senza saper di vivere» 40 , perché «chi vive, quando vive, non si vede», la «vita nuda». D ’ altra parte, tutta via, il mondo è ancora, per Michelstaedter, «non [...] una cosa da viversi, ma da dirsi». Dirsi è per Pirandello «coscienza d ’ es sere». «Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vi ve più: la subisce, la trascina, come una cosa morta la trascina. Perché ogni forma è una morte» 41 . Tra questo «viversi» a questo «dirsi» sta l ’ asse della dram matizzazione alla luce deH ’ umorismo. «Viversi» è sentimento; «dirsi», riflessione; sentimento e riflessione — abbiamo visto — appartenenti alla stessa radice, cooriginali. La forma della drammatizzazione gioca sul paradossale rapporto dialettico di questi due termini che non sono dunque astrattamente antago

39 C. M ichelstaedter , La persua sione e la rettorica, in Opere, a cura di G. Chiavacci, Firenze 1958, p. 218. 40 Sulle fonti di questo passo e sulle molteplici utilizzazioni in vari scritti

si veda G. M acchia , Luigi Pirandel lo, in Storia della letteratura italiana, 9 voli., Milano 1969, IX, p. 449, no ta 1. 41 Ivi, pp. 448, 449. Cfr. L'umori smo, cit., p. 154.

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